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“Siamo laici chiamati a seguire un Cristo nudo”

Il discorso della moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta, durante la cerimonia di consegna del Premio Margherita Hack alla Chiesa valdese

Riportiamo qui di seguito il discorso della moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta, durante la cerimonia di consegna del Premio Margherita Hack che è stato conferito alla Chiesa evangelica valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi per il suo impegno sociale, civile e culturale. La consegna del Premio, ad opera dell’Associazione “Trentino Laica”, è avvenuta il 12 maggio a Trento.

Ringrazio, a nome della Tavola Valdese tutta e di tutte le nostre chiese valdesi e metodiste, l’Associazione “Trentino Laica” per il prestigioso premio conferito, che ci ha sorpresi e che ci onora.

Abbiamo pensato che ci sia voluto un po’ di coraggio per decidere di attribuire a una chiesa un premio intitolato a una personalità, a una donna scienziata di altissimo rilievo, notoriamente atea. 

D’altra parte, siamo anche certi che suonerà controverso a molti, nel contesto in cui viviamo, il fatto che riceviamo questo premio in relazione a un riconoscimento di impegno culturale, civile e sociale, che non sarebbe, per così dire, il core business di una chiesa e che rischierebbe di fare della chiesa qualcosa di confondibile con una ONG, come sentiamo spesso dire. 

Certamente l’impegno “culturale” nel quale le nostre chiese si spendono con convinzione include il sincero desiderio di dialogo della fede con le diverse espressioni della ragione umana, ivi comprese le scienze della natura.

E nell’impegno sociale e civile citato nella motivazione del premio si esprime una testimonianza di fede che incrocia intenzionalmente e spesso si associa (senza nessun imbarazzo) all’azione di molte persone che vivono diversamente da noi il rapporto con la memoria di Gesù o nella cui vita tale rapporto è inesistente. 

Ma vi è altro a rendere particolarmente emozionante per me questo premio, anche personalmente, pensando a come sono cresciuta sin da bambina all’interno di una chiesa che è stata in vario modo una comunità educante, in modo essenziale e caratterizzante, anche sul fronte della educazione alla laicità.

È ben scolpito nella mia mente il pronunciamento cristallino di tanti Sinodi delle nostre chiese per il quale, citando le parole di uno dei più recenti in materia (art. 23/SI/2007): 

  • la politica non ha la funzione di realizzare il vero, ma di cercare soluzioni il più possibile eque e la misura dell’equità sta nella capacità delle soluzioni adottate di garantire diritti e libertà e aiutare a compiere scelte responsabili nei confronti di problemi complessi, che nessuna ideologia può semplificare;
  • in Italia e nel mondo globale cercare il bene della città (Geremia 29,7) implica la difesa della laicità e della democrazia.

Come è significativo il lavoro (anche educativo) svolto da decenni all’interno delle nostre chiese dalla speciale Commissione per i problemi etici posti dalla scienza (un gruppo di lavoro plurale, che beneficia al suo interno di competenze trasversali e di una grande autonomia di interrogazione e ricerca), a cui è assegnato il compito di fornire non indicazioni di condotta a cui obbedire, ma strumenti di informazione e riflessione che aiutino a porsi di fronte a temi delicati e complessi in modo consapevole e responsabile, anche alla luce dell’Evangelo. Ed è significativo che in uno dei documenti elaborati da tale commissione, inserendosi nel 2005 in uno dei tanti dibattiti infuocati su questioni bioetiche controverse, si affermi: “insistiamo sulla responsabilità personale prima di tutto. Lo Stato non può farsi educatore, tutore del cittadino, sollevando i cittadini dalle loro responsabilità etiche e scegliendo al loro posto; ma deve invece garantire le condizioni per la formazione di un libero convincimento […] pensiamo che esista uno iato tra le leggi valide per ogni cittadino e  i catechismi delle chiese o le scelte che le persone pensano di dovere fare in omaggio alle dottrine ivi insegnate”.

Ma penso soprattutto ai tanti insegnamenti ricevuti, in occasioni formali e informali, da fratelli e sorelle, membri di chiesa comuni impegnati in compiti speciali collegati a specifiche competenze possedute, che hanno saputo declinare in modo chiaro e trasmettere l’idea di una laicità che non si definisce per dei contenuti particolari o per una carenza di contenuti (di fede), ma come un’attitudine, un metodo di costruzione della convivenza tra diversi, in cui nessuno pretende di imporre agli altri (con la forza o con la legge) la propria visione del mondo, ma che ricerca costantemente, nell’ascolto paziente e nel dialogo autentico, principi condivisi sui quali fondare una convivenza pacifica e solidale.

Un modo laico di vivere la fede, tale sin dall’avvio del movimento valdese 850 anni fa. Un movimento laico perché ha rifiutato l’idea di un clero a cui attribuire poteri e prerogative speciali. Laico perché ha creduto in una fede che trova nelle piazze, nelle strade, nella quotidianità delle relazioni della vita comune il luogo privilegiato in cui si sperimenta la grazia di Dio e si vive la vocazione e la missione di annuncio evangelico. Laico perché libero da mediazioni e dall’asservimento ad autorità umane assolute, incluse quelle religiose. Laico perché mai settario. Laico perché appassionato di un impegno da cittadini e cittadine nella “polis”, che non ha ceduto alla tentazione della commistione di poteri (civile e religioso) o di fornire, in nome di Dio, un fondamento di legittimazione a nazionalismi violenti ed escludenti, a suprematismi e discriminazioni di qualunque tipo.

Insomma, siamo laici non nonostante il fatto che siamo credenti, ma proprio perché credenti, che traggono da Colui in cui credono anche la forza di affermare e difendere i principi di laicità, contro ogni forma di autoritarismo, di fondamentalismo e integralismo.

Laici perché chiamati a seguire nudi un Cristo nudo, per usare le parole di scherno dei persecutori dei primi valdesi; un Gesù maestro di laicità, che notoriamente non amava le autorità religiose che usavano il loro potere per porre sulle spalle dei più vulnerabili il peso di una morale insostenibile e alla fine anti umana. Un Gesù che usava il linguaggio religioso per reinterpretarlo in modo da superarlo nell’uso oppressivo ed escludente con cui veniva troppo spesso utilizzato; che ha indicato l’azione di un eretico (tali erano considerati i samaritani dai giudei del suo tempo) come esemplare per comprendere in cosa consista l’obbedienza al comandamento di amare il prossimo come se stessi; e alla cui morte si squarcia il velo che proteggeva il sancta sanctorum, luogo di incontro con Dio riservato al sommo sacerdote, da cui tutto il resto del mondo era dunque escluso.

Accogliere il Dio di Gesù Cristo come unico assoluto ci insegna, insomma, l’umiltà che nasce dalla consapevolezza della limitatezza di ogni comprensione umana della realtà e della stessa Parola di Dio; ci fornisce anticorpi contro i fondamentalismi che riducono la Bibbia a lettera morta; ci incoraggia a mettere a frutto i talenti ricevuti, a cominciare da quello della ragione, senza sottrarsi alla responsabilità di una scelta etica che è veramente tale in quanto liberamente assunta, non in omaggio a principi astratti ma alla concretezza delle situazioni delle vita (che non sono mai bianco o nero).

Credo che anche i non pochi scienziati credenti dimostrino concretamente che la fede non è una giacca irrazionale da lasciare sull’appendiabiti quando si indossa il camice razionale della ricerca, ma una risorsa di fiducia che accompagna sempre il lavoro di indagine, senza compromettere il rigore e il metodo scientifico; una risorsa che non chiama ad escludere niente dall’ambito dell’indagine e di interrogazione sulla vita, ma al contrario estende, allarga le dimensioni del reale all’interno delle quali l’esistenza umana trova il suo senso, al di là di ciò che è misurabile e calcolabile; che vi introduce la dimensione della gratuità in tensione con quella della necessità; e fa assumere con serietà la realtà dei problemi del mondo e delle sue contraddizioni, insieme trovando la forza di opporsi alla negatività disfattista e cinica, al nichilismo distruttivo e immobilizzante, in nome di una promessa ricevuta che motiva a credere nella possibilità della pace e della giustizia come scopo e destino dell’umanità intera.

Ebbene, il premio che oggi riceviamo ci responsabilizza a dare sempre più un contributo in questa direzione. Accettando la fatica di continuare ad alimentare in modo coerente, nei passaggi intergenerazionali e nei mutamenti culturali e sociali che pure attraversano le chiese, la nostra piccola comunità educante, come palestra di pensiero critico e dialogo. Non stancandoci di pretendere sempre che le pubbliche istituzioni siano presidio di laicità e garanzia di spazi pubblici di incontro e confronto quanto più possibile affollati e colorati, autenticamente plurali, a cui tutti hanno accesso e in cui ognuno possa esprimersi per quello che è, accettando come unica condizione di riconoscere agli altri la stessa libertà; nella convinzione che proprio questo confronto plurale e libero favorisca anche le migliori soluzioni nell’elaborazione di politiche pubbliche capaci di perseguire il bene comune. Offrendo anche i nostri spazi come spazi accoglienti e aperti per il dibattito pubblico su qualunque tema, senza paura delle domande, dei dubbi, in spirito di ascolto e di ricerca; come abbiamo fatto anche nelle più delicate battaglie referendarie in cui era in questione una concezione etica dello Stato. E continuando a supportare, anche attraverso l’impiego dei fondi dell’Otto per mille che ci vengono affidati con fiducia da centinaia di migliaia di contribuenti italiani, progetti di ricerca e analisi scientifiche fondate su dati rigorosamente raccolti (spesso portati avanti da giovani ricercatori appassionati); e per la difesa della libertà di espressione in ogni forma, a cominciare da ciò che non trova altri spazi, a ciò è ritenuto “eretico”, non conforme, sgradito a chi detiene il potere.

Sappiamo di trovare molti buoni compagni e compagne di strada su questo cammino.

Grazie!

La moderatora della Tavola Valdese

Diacona Alessandra Trotta

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