Intervista a Hanz Gutierrez sulla Pasqua
A pochi giorni dalla Pasqua abbiamo incontrato Hanz Gutierrez, professore di teologia sistematica alla Facoltà avventista di teologia di Firenze. Originario del Perù, Gutierrez è laureato in filosofia, teologia e medicina. Appassionato di scienze umane e religiose, si interessa anche ai temi di bioetica e di salute pubblica, nonché alle arti e alla letteratura.
Come possiamo oggi preservare il grande mistero della morte e della Resurrezione di Gesù?
Più che “preservare” io parlerei di “vivere” il mistero di Gesù provando a non fare di quell’evento solo una dottrina e la sua corrispondente comprensione razionale. Bisogna ricollegare quell’evento alla vita comune tramite i sentimenti, gli affetti e i comportamenti. In altre parole, della morte e risurrezione di Gesù bisogna avere anche una comprensione pre-razionale. Questa dimensione pre-razionale è più importante di quanto si creda perché fa emergere l’affidamento come atteggiamento centrale nella morte e risurrezione di Gesù. Più razionale è una comprensione, più il senso di controllo si afferma spontaneamente facendo scemare il senso dell’affidamento. La morte e la risurrezione di Gesù sono, per eccellenza, dei momenti relazionali in cui egli si rende vulnerabile agli altri. La risurrezione, a differenza dell’immortalità dell’anima, per esempio, è un evento di affidamento totale all’altro.
Nella risurrezione, dunque, io sopravvivo in virtù di qualcun altro che mi richiama alla vita?
Esatto. In questo senso la risurrezione non è un evento di resilienza ma di fiducia. Tocca ai credenti vivere quella stessa fiducia tramite la consapevolezza della propria incompletezza e vulnerabilità, e l’affidamento al volto e alle mani degli altri, che sono, come ricordava Gesù, il prolungamento del volto e delle mani di Dio.
Il messaggio pasquale è che l’amore è più forte della morte, la quale non ha l’ultima parola sulla vita. Ma prima di questo dobbiamo fare i conti con il Venerdì Santo…
Sì, l’amore è più forte della morte, a condizione che fra amore e morte non si crei una dicotomia. L’amore, proprio perché non è una virtù ma un evento relazionale che implica il ridimensionamento, la sofferenza e la morte del proprio sé di fronte alla sofferenza e alla morte dell’altro, presuppone sempre l’incompletezza propria e il desiderio dell’altro. In questo senso della morte di Cristo non si può avere solo una lettura soteriologica e redentiva legata al superamento del peccato. Come antropologicamente non si può legare la morte solo al peccato commesso da Adamo ed Eva. Della morte bisogna avere una lettura più ampia per evitare di drammatizzarla e impedire di concepire la vita come una fuga. Fare i conti col Venerdì Santo non significa necessariamente radicalizzare la drammaticità della morte quanto piuttosto renderla più continua, più umana e dunque più visibile nella nostra vita. Una vita che oggi, invece, tende a espellere la morte dagli spazi e dai momenti importanti della nostra esistenza.
Per Agostino lo scopo ultimo della venuta di Cristo è questo: «Riscattare quelli che erano sotto la Legge, affinché non fossimo più sotto la Legge ma sotto la grazia». Che ne pensa?
Agostino aveva visto bene. La venuta di Cristo rappresenterà il momento di riscatto pieno e totale per il creato, umano e non-umano. Riscatto dal male, ma anche riscatto dai beni parziali che ci siamo creati e che ci illudono di continuo. In questa economia di peccato più di ogni altra cosa abbiamo perso il ritmo del bene e il senso della vita e paradossalmente siamo spinti a danneggiarci col male ma anche con dei beni mal gestiti. Appartiene a questi beni la legge. Anche la legge, pur essendo positiva, può deformare la nostra vita. La grazia è certamente più grande della legge ma non è necessariamente senza legge. Come per la morte e la vita così anche per la legge e la grazia non bisogna creare una dicotomia assoluta. Si può morire simbolicamente per troppa legge ma anche per troppa grazia. Il ritorno di Cristo sarà il momento della vittoria della grazia non contro la legge ma contro gli utilizzi impropri della legge come anche contro le anomalie d’una grazia a buon mercato, come usava ricordare Bonhoeffer. La grazia, se è grazia, trasgredisce necessariamente la legge perché crea un bene inaspettato, inconsueto, inimmaginato, che nessuna legge aveva previsto. Ma la grazia non è solo una eccezione, un raptus o una pausa, ma una benedizione continua: e quella continuità d’un bene nuovo gliela garantisce una nuova legge. La legge è un bene che da eccezione diventa continuo. La durabilità della grazia è altrettanto importante come la sua gratuità.
La Pasqua, allora, è un messaggio che riguarda il nostro futuro oppure la nostra vita presente?
La Pasqua riguarda tanto il futuro quanto il nostro presente. Il futuro perché finché il male non sarà pienamente sconfitto, ogni Pasqua sarà incompleta. Il presente perché pur non essendo pienamente salvati siamo comunque, in Cristo, toccati realmente dalla sua guarigione. Non è vero che tutto è rimandato al futuro. Il nostro futuro, Cristo, è già qui. Fra esultanza e speranza, fra gioia e attesa, fra celebrazione e pazienza, il cammino del credente prova a vivere e a testimoniare la fede in Cristo, in questa tensione strutturale. Ma non bisogna essere eccessivamente condizionati da questa linea cronologica fra passato e futuro. Questa iper-attenzione al tempo ci ha condotto a trascurare lo spazio.
Serve una teologia dello spazio?
Sì, perché la Pasqua è un evento anche spaziale, ci costringe a tenere conto delle nostre relazioni e prendercene cura. La fede non è utopia ma radicamento nello spazio. La domanda non è dunque come faccio io da solo, a raggiungere quel futuro promesso, ma come sono collegato e dipendente dai miei fratelli e sorelle, umani e non, in uno spazio comune che condividiamo, chiamato terra. La Pasqua è anche un evento ecologico di attenzione alla terra, al creato e alla sofferenza non umana, causata da noi esseri umani.
