Dalla Croce nasce un popolo che non si riconosce per sangue o purezza, ma, solo, per Grazia, mediante la fede ricevuta
“E come Mosè innalzò il serpente nel deserto, così bisogna che il Figlio dell’uomo sia innalzato, affinché chiunque crede in lui abbia vita eterna“.
Giovanni 3,14-15
Ci sono due parole, in queste di Giovanni, che mi rimangono addosso ogni volta che le rileggo: “innalzato” e “chiunque”. “Innalzato” è una parola doppia. All’inizio si presenta come una luce: la luce dell’adempimento, della rivelazione, della gloria. E, subito dopo, la parola si sporca. Perché quello è un patibolo: luogo di sofferenza inflitta e spettacolizzata, dove il potere (del carnefice e di chi gli ha dato il compito di esserlo) dichiara, sprezzante: “Guarda chi sono io! E ricordati cosa ti accadrà, se anche tu mi sfiderai”.
Il terreno, allora, si fa umano. Desolatamente umano: la paura scambiata con il linguaggio civile, la crudeltà fatta spettacolo “per educare”. Il potere fa questo: non si accontenta di governare, vuole possedere. Ed eliminare tutto ciò che non si adegua, non si integra, non segue i consueti schemi. Ma poi, l’incomprensibile torna a farsi vedere: perché su quel patibolo c’è Dio – un Dio che entra proprio nel luogo dove il potere si crede invincibile. Ed è lì che la scena cambia senso. Perché la Croce dissolve la potenza del carnefice, e quella del dominatore, con un solo potere, invincibile: l’amore che prende su di sé anche il rischio di non essere capito, né accolto, né ricambiato.
E allora arriva l’altra parola – quella che dice che quel patibolo è potenza divina per chiunque crede in Cristo Salvatore e Signore. “Chiunque” è la crepa dentro ogni esclusione. È il punto in cui la grazia rifiuta di farsi frontiera. Perché da quella Croce nasce un popolo che non si riconosce per sangue o purezza, ma, solo, per Grazia, mediante la fede ricevuta. Vieni presto, Signore Gesù.
