La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale
Capita di ascoltare frasi come questa: “Io sono spirituale, credo in Dio, lo sento, ma non credo nella religione”. Non sono parole dette con leggerezza o per mera polemica; celano spesso una ferita o una ricerca esistenziale. C’è chi si è sentito giudicato dalla sua originaria comunità di fede, chi non ha trovato risposte, chi ha percepito la religione tradizionale come un abito troppo stretto per la propria esperienza di vita e ha intrapreso un cammino solitario.
Tutto ciò non è liquidabile come semplice moda: c’è un desiderio autentico di senso, di profondità, persino di silenzio. In un mondo rumoroso e frammentato, molte persone cercano nellʼinteriorità uno spazio dove respirare e rigenerarsi, una Presenza che dia unità e spessore alla loro vita.
La modernità ha consegnato all’individuo una libertà inedita. Non si è più semplici eredi di una tradizione: si è quotidianamente spinti a scegliere nellʼimmediatezza, in un continuo stimolo alla costruzione della propria vita. Anche la fede ne è coinvolta. Si selezionano pratiche e simboli; si compone o si sceglie una spiritualità su misura. Il che sembra essere un coerente compimento dell’autonomia moderna.
Ma che accade se la spiritualità diventa un percorso principalmente individuale, nel quale ci si costruisce la propria fede come si comporrebbe una playlist personale, scegliendo ciò che rallegra e consola, e scartando quanto nel mondo mette in crisi? Se il contenuto della spiritualità coincide con lʼesperienza interiore, che ne è dell’alterità, dell’incontro con un Altro che eccede la propria interiorità, che la interpella e spesso la contraddice?
Se questo elemento vien meno, la spiritualità può ridursi a intensificazione del sentire – profonda, sincera, persino generosa; ma pur sempre centrata sul soggetto. L’orizzonte spirituale, anche adornato di suggestivi orpelli, si restringe all’autenticità personale. Ed essa, senza un riferimento che la trascenda radicalmente, può diventare una categoria circolare: è vero ciò che sento vero.
La fede biblica non nasce come proiezione di sé e dei propri bisogni o desideri, ma come risposta a una chiamata che viene da fuori, da parte di un Dio che sorprende, che sposta, che conduce altrove. Abramo, benché individualmente chiamato, non si è inventato il suo cammino: ha risposto a una voce. La sua risposta non lo ha chiuso nellʼinteriorità e nellʼautonomia del suo ego, ma lo ha aperto ad affidarsi alla parola di un Dio per altri versi incognito e a fidarsi della sua promessa.
