Riflessione sull’Epifania
«La vera luce che illumina ogni essere umano veniva nel mondo»
(Giovanni 1,9)
L’Epifania è più di una data sul calendario: è il racconto di una luce che entra nel cuore dell’esperienza umana di Dio. Giovanni chiama «luce» ciò che non abbaglia per il suo splendore, ma rivela per la sua verità. Questa luce «veniva nel mondo»: non un bagliore fugace, ma una presenza che attraversa la trama ordinaria della vita e la illumina dall’interno.
Pensiamo ai Magi: stranieri, guidati da un segno che trascendeva le loro conoscenze e non conduceva a certezze. Non sono eroi: sono pellegrini, uomini che accettano l’insicurezza della ricerca. La Stella non elimina il loro dubbio: lo mette in cammino.
Così la luce giovannea non nasce per cancellare le ombre con formule pronte, ma per illuminare il luogo dove possiamo finalmente posare il nostro sguardo. Questa luce nuova rende possibile vedere il mondo nella sua profondità, non semplicemente valutarlo per ciò che produce.
Quel «venire» di questa unica luce è un fatto radicale: Dio ci sveglia dall’ipnosi che ci rende zombi e torna ad illuminare il reale con la sua vera vita. È rivelazione: Dio si abbassa fino al limite umano per rendere visibile il volto del reale. La rivelazione non è imposizione, è invito. Chi incontra la luce ha la possibilità di trasformare la propria visione del mondo e di sé. Vedere la luce significa ricevere la possibilità di riconoscere più chiaramente gli idoli – fiducie illusorie, relazioni tossiche, poteri che promettono sicurezza – e scegliere invece di volgere il proprio sguardo verso il prossimo e la creazione.
Viviamo un tempo di visibilità esasperata: tutto sembra esposto, ma spesso i volti restano invisibili. Le tecnologie amplificano informazioni e attenuano riconoscimento; la società produce apparenti connessioni e, insieme, profonde solitudini. L’Epifania sfida questa contraddizione: essere visibili non equivale a essere visti.
La vera luce che proviene da Dio ci insegna a guardare con cura: a non ridurre la persona a un profilo, ma a incontrarla come soggetto portatore di dignità. È qualcosa che profuma di quotidiano: esserci per gli altri e per se stessi, ascoltare senza fretta, offrire presenza che non pretende di risolvere ma che rimane nonostante tutto e tutti.
Per la comunità cristiana questo ha conseguenze decisive. La chiesa non è museo in penombra; è casa di pellegrini che si interrogano insieme per seguire Dio. Non è una chiamata al grandioso spettacolo, ma alla coerenza: parlare di dignità mentre si ignora il vicino è contraddizione; invocare luce senza lasciare che la vista cambi il passo è ipocrisia. La luce che illumina ogni essere umano non ci solleva dall’angoscia e dalla fatica, ma ci affida la responsabilità di abitare quel buio con coraggio e tenerezza.
Imparare nuovamente a vedere con un nuovo sguardo, illuminato dalla luce di Dio: pronti a vedere e riconoscere, pronti a scegliere, pronti a rispondere e a tendere la mano al volto che, finalmente illuminato da Dio, ci interpella.
