La risurrezione non cancella la storia della sofferenza, ma la trasfigura così come una fede in carne e ossa accoglie le nostre fragilità e il nostro desiderio di guarigione
“Gli altri discepoli dissero a Tommaso: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il mio dito nel segno dei chiodi e la mia mano nel suo costato, io non crederò».”
Giovanni 20,25
Non si crede per sentito dire. Tommaso – il cui nome diventerà poi, nella tradizione, “l’incredulo” – esprime il suo dubbio con franchezza, quasi con sfrontatezza. Eppure, nel susseguirsi del racconto evangelico, quando l’incontro con Gesù risorto avviene davvero, egli non viene rimproverato. Il suo dubbio sembra essere accolto, il suo bisogno di comprendere attraverso tutti i sensi viene rispettato: non solo vedere, ma anche toccare.
Ciò che Tommaso tocca è un corpo martoriato, ferito. Gesù risorge, secondo le testimonianze bibliche, portando ancora su di sé le ferite e i segni della tortura sulla croce: non è affatto un puro spirito.
Il pastore e poeta svizzero Kurt Marti riconosce proprio nell’affermazione della risurrezione dei corpi il cuore della fede evangelica: “la radicale e incarnata ribellione di Dio stesso contro la morte”. Non è soltanto l’anima a essere salvata, ma l’intera realtà umana nella sua concretezza storica e corporea. Il corpo, esposto alla vulnerabilità e alla violenza, è assunto nella promessa di salvezza.
Ne deriva una dimensione critica ed etica della speranza cristiana: la fede nella risurrezione diventa protesta contro ogni forma di distruzione della vita e contro ogni violazione della dignità del corpo. Essa afferma che nessuna sofferenza, nessuna morte violenta, è destinata all’oblio.
La risurrezione dunque non cancella la storia della sofferenza, ma la trasfigura. In tal senso, una fede in carne e ossa non nega le ferite, ma accoglie le nostre fragilità e il desiderio di concreta, tangibile guarigione.
Pertanto Tommaso non rappresenta tanto l’opposto della fede, quanto una sua forma esigente e audace: egli domanda una verificabilità concreta dell’evento pasquale. La sua richiesta di toccare il corpo ferito del Risorto esprime il bisogno di una salvezza che non sia astratta, ma realmente incarnata.
