ArticoliEcumenismo in azione

“Una chiesa viva è una chiesa che impara”

Una consultazione della Comunione di chiese protestanti in Europa sul documento “Ministero, ordinazione, episkopé”

La prima difficoltà, quando si tratta della Comunione di chiese protestanti in Europa (CPCE), già Comunione di Leuenberg, è la lingua, ovvero la diversità delle lingue, anche se gli incontri di questa comunione ecclesiale si svolgono ormai del tutto in inglese. La lingua comune europea è la traduzione: lo sforzo di tradurre la propria esperienza culturale ed ecclesiale nella cultura e chiesa dell’altro/a. Ciò rende la comunione delle chiese luterane, riformate, unite, valdese, dei fratelli moravi e metodiste impegnativa, ma viva. Come le traduzioni, anche le relazioni: non si finisce mai di chiarire, di approfondire, senza concludere, ma rimanendo aperti gli uni agli altri.

La Concordia di Leuenberg (CLR/1973) dichiara «il consenso nella retta dottrina dell’evangelo e nella retta amministrazione dei sacramenti» (CLR, 2). Un ministro o una ministra di una chiesa riformata può esercitare il suo servizio in una chiesa luterana, e viceversa. E se nella chiesa sorella non vengono consacrate pastore donne? Se la tua formazione o la tua ordinazione, in realtà, non sono riconosciute dall’altra chiesa? Un/a valdese o metodista italiano/a, abituato/a a una episkopè concepita sul modello sinodal-presbiteriano, accetterebbe il servizio in una chiesa governata in modo episcopale?

Il modello Leuenberg dell’«unità nelle diversità riconciliate», negli ultimi anni, ha cominciato a scoprire i limiti di queste «diversità». L’iniziale comune comprendere (comprehension) della Concordia rischia di fermarsi lì, oppure riuscirà ad arrivare a una comprensione più profonda (understanding)?

La Concordia stessa aveva dichiarato che «è compito delle chiese lavorare ulteriormente sulle differenze dottrinali esistenti tra le chiese firmatarie, anche se non sono motivo di divisione», citando anche l’argomento «ministero e ordinazione». Questo approfondimento teologico venne iniziato già nel lontano 1976 producendo le tesi di Neuendettelsau e di Tampere (1987). Anche il celebre studio La Chiesa di Gesù Cristo (tradotto in italiano, 1996) aveva lasciato ampio margine per ulteriori chiarimenti nel merito. L’assemblea plenaria del 2006 a Budapest richiamò il tema all’ordine del giorno, e quella di Firenze del 2012 accolse finalmente il documento Ministry, ordination, episkopè and theological education (in inglese e tedesco su www.leuenberg.eu; traduzione francese su richiesta). Tutto ciò che il documento dichiara e raccomanda nelle prime parti gode di un consenso, mentre la quarta parte, ovvero i materiali di studio sulla formazione teologica al ministero, è stata per ora soltanto «raccomandata all’attenzione» delle chiese.

Non a caso, la consultazione su questo documento con trentasei rappresentanti delle varie chiese, si è svolta, dal 20 al 23 aprile, a Oslo. Eravamo ospiti della Chiesa luterana della Norvegia che, oltre alla Concordia, ha firmato, insieme ad altre chiese luterane della Scandinavia gli accordi di Meiẞen, Porvoo e Reuilly con la Chiesa anglicana, che aprono al dialogo (sulle questioni attorno al ministero particolarmente ostico) con la Chiese cattolica e ortodossa.

Il documento Ministry, ordination, episkopè è stato finora un utile strumento per il dibattito tra chiese protestanti, ma anche per il dialogo ecumenico in generale. Anche a Oslo ha riacceso un po’ di passione per l’approfondimento teologico, cosa non scontata per le generazioni successive a quella della Concordia stessa. Non solo nel senso di come leggere le Scritture. Tale domanda diventa teologia solo nel senso più ampio della questione, cioè, includendo la domanda su come interpretare la nostra situazione oggi, ha affermato il prof. Ulrich Körtner, uno dei principali autori del documento. La teologia, secondo sondaggi in chiese sorelle in Europa, risulta attualmente ultima fra le competenze richieste alle future forze pastorali. Prevalgono capacità pragmatiche, caratteriali e relazionali.

Certo è che l’approfondimento e il chiarimento sui ministeri non può essere una questione accademica. La comunione fra le chiese necessiterebbe di maggiori occasioni di scambio. Ma anche la voglia di condivisione è una brace sulla quale varrebbe la pena soffiare più decisamente, proprio oggi, per contrastare più efficacemente la fatale logica della guerra preventiva con quella evangelica della pace preventiva.

Le dieci raccomandazioni della terza parte del documento interpellano direttamente le nostre chiese richiedendo uno sguardo critico, non sulle altre, ma sulla propria concezione e prassi dei ministeri.

Le intense discussioni della consultazione di Oslo saranno affidate a una commissione per la redazione di una lettera indirizzata agli organi di governo delle chiese che incoraggerà l’approfondimento del documento, anche in vista dell’incontro dei e delle leaders delle chiese, nel 2027 a Wittenberg.

«Una chiesa viva è una chiesa che impara»: questo il benvenuto all’incontro del presidente della CCPE, vescovo Marko Tiitus, della Chiesa evangelica luterana dell’Estonia. Dobbiamo imparare a tenere insieme la nostra chiesa e le nostre chiese. Credo sia una delle sfide per la nostra chiesa oggi, quella di apprendere, con uno sguardo autocritico, come esercitare insieme l’episkopè, nella consapevolezza che ogni riflessione sui ministeri, senza l’amore di Cristo, non ha fondamento.

Condividi su: