In Thailandia l’incontro congiunto delle commissioni e dei gruppi di riferimento del Consiglio ecumenico delle chiese che si occupano delle tematiche relative a “Vita, Giustizia e Pace”
Dal 4 al 10 ottobre scorsi si è tenuto a Chiang Mai (Thailandia) l’incontro congiunto delle commissioni e dei gruppi di riferimento del Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) che si occupano delle tematiche relative a “Vita, Giustizia e Pace”, cui ho preso parte in quanto membro della Commissione Salute e Cura.
È stata una settimana molto intensa che ha visto la partecipazione di persone provenienti da ogni parte del mondo e appartenenti alle varie chiese protestanti e ortodosse che fanno parte del Consiglio ecumenico. Ospitato dalla Conferenza delle Chiese dell’Asia e dalla Chiesa di Cristo della Thailandia, una denominazione molto attiva anche sul piano sociale e culturale che ha dato vita a ospedali, scuole e università in tutto il Paese, questo incontro internazionale ha affrontato la domanda: In che modo le chiese sono chiamate a testimoniare oggi insieme in un mondo segnato globalmente da tensioni geopolitiche e nazionalismi isolazionisti, crisi ambientali e sofferenza della creazione, disuguaglianze crescenti che colpiscono soprattutto chi ha causato meno danni ecologici, trasformazioni tecnologiche che portano sia opportunità sia rischi?
Questa domanda di fondo è stata il filo rosso che ha attraversato i brevi culti e gli studi biblici quotidiani, le tavole rotonde, i seminari, il lavoro nei gruppi e le sessioni plenarie in cui si è articolata questa ricca settimana. Il pastore e professore Jerry Pillay, Segretario generale del Consiglio ecumenico, nella sua lezione di lunedì 5 ottobre, ha invitato le chiese a leggere i segni dei tempi e ad uscire da una comprensione della chiesa come istituzione per passare ad una visione della chiesa come comunione, popolo di Dio in cammino, la cui esistenza e la cui azione è orientata verso il bene e la vita del mondo. È stato ricordato in più occasioni come il movimento ecumenico, fin dalla metà del Novecento, abbia svolto un ruolo storico fondamentale nella formulazione, nella promozione e nella difesa dei diritti umani a livello globale al punto tale che la stessa stesura della Dichiarazione universale dei diritti umani (1948) sia, in buona parte, frutto dell’impegno congiunto delle chiese che in quel tempo seppero parlare con una chiara voce profetica, il cui recupero si rende necessario in questi tempi difficili.
Abbiamo ascoltato in questi giorni molte voci, anche quelle dei popoli indigeni, normalmente esclusi, dei quali abbiamo avuto modo di apprezzare la saggezza. Ad esempio, la pastora Sepiuta Hala’api’api della Conferenza delle Chiese del Pacifico, a fronte del consumo enorme di energia, suolo e acqua generato dalla costruzione dei data center indispensabili per l’uso dell’intelligenza artificiale, parlando a nome dei popoli indigeni, ha detto che piuttosto che investire sull’intelligenza artificiale (AI), a detrimento delle risorse naturali indispensabili alla vita, bisognerebbe ritornare ad attingere ad un altro tipo di AI: la “Ancient Intelligence”, cioè l’Intelligenza Antica, quella dei popoli indigeni che hanno saputo coltivare un rapporto di rispetto e cura della creazione, nella consapevolezza che l’intelligenza, se priva di saggezza, può essere anche volta a compiere il male.
Proprio nel dialogo con i rappresentanti delle popolazioni indigene, che abbiamo continuato anche durante le pause dei lavori, ho fatto una scoperta molto interessante e cioè che il popolo Naga, che abita in massima parte in una regione montuosa tra il nord-est dell’India e il Myanmar, è composto per l’87% da cristiani, in massima parte di fede battista, come mi ha confermato la sorella Renemsongla Ozukum, del Consiglio delle chiese battiste del Nord Est dell’India, nonché membro della commissione del CEC che si occupa della giustizia climatica e dello sviluppo sostenibile.
Nel corso della giornata del 10 ottobre, ultima dell’incontro, è stato presentato e discusso un messaggio, elaborato da rappresentanti delle varie commissioni di lavoro, dal titolo: “Call to Prophetic Action for Life, Justice, and Peace” (Chiamata all’azione profetica per la Vita, la Giustizia e la Pace). Il documento, che speriamo possa trovare in tempi brevi la sua formulazione definitiva (in modo da poter essere tradotto anche in italiano per sottoporlo allo studio e alla discussione delle nostre chiese) è una dichiarazione che, a partire dal riconoscimento delle sofferenze della creazione, delle ingiustizie globali e delle nuove sfide etiche poste dalle tecnologie emergenti, invita le comunità cristiane a una testimonianza più unita, inclusiva e coraggiosa. Si tratta di un invito urgente alle chiese del mondo a rinnovare la loro vocazione profetica, unendo memoria storica, responsabilità etica e impegno concreto per la vita, la giustizia e la pace.
