Cristo che irrompe nella nostra vita ci invita ad aprirci al nuovo
«Se il granello di frumento caduto in terra non muore, rimane solo; ma se muore, produce molto frutto».
Giovanni 12:24
Stiamo avvicinandoci alla Pasqua, potremmo archiviare questo versetto di Giovanni come una profezia che Cristo fa di sé stesso, non fosse che la Parola di Dio interroga sempre anche noi. Cosa può essere, per noi, quel “chicco” che deve morire? Perché la vita, per venire alla luce, deve sempre “rompere” qualcosa?
La vita di cui parla Gesù, quella che dà frutto, è la vita dell’essere umano trasformato dalla Parola di Dio. Così, quel seme che cade è, per dirla con Paolo, l’essere umano vecchio: chiuso in un guscio comodo, spesso accogliente. Fatto di immagine, di abitudini che ci proteggono, di versioni “da esportazione” di noi stessi e noi stesse; attaccate e attaccati come patelle al “si è sempre fatto così”, al “cosa dirà la gente”, al “chi lascia la via vecchia per la via nuova”, con quel che ne segue.
Cristo, però, quando irrompe nella nostra vita, lo fa dicendo: “lascia che i morti seppelliscano i morti” – allontànati da una vita che non conosce speranza. La vista che acquistiamo per la Sua opera fa tutte le cose nuove e abbaglia il passato, togliendogli il potere di essere una gabbia.
Bisogna dirle di sì, a quella luce, però. Come Paolo sulla via di Damasco, come Abramo quando Dio lo chiamò a un viaggio verso l’ignoto, come Tommaso che dovette toccare le ferite per credere alla resurrezione. La nostra tranquillità fatta di egoismi grandi e piccoli, di tradizioni a rischio di superstizione, di ragionamenti infiniti dove il sì e il no sono sepolti sotto mezze bugie: questo è il guscio che, per grazia, possiamo rompere.
Occorre prendersi la responsabilità di essere cristiane e cristiani. Allora porteremo il frutto che Dio ci concederà di dare.
