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Torino: no alla riapertura del Centro di permanenza per i rimpatri

Un comunicato della locale Chiesa valdese

Il 24 marzo scorso ha riaperto il Cpr di Torino, in corso Brunelleschi. Si tratta del Centro di permanenza per i rimpatri, dove vengono rinchiusi i richiedenti asilo che non ottengono il permesso per vivere in Italia, in attesa di essere mandati di nuovo nei loro paesi d’origine. Era fuori servizio dal 2023 per la necessità di manutenzioni straordinarie, anche dovute agli incendi appiccati dagli ospiti in passato. La Chiesa valdese di Torino, attraverso un comunicato stampa, ha espresso forte preoccupazione di fronte alla recente riapertura del Centro, definito “ultimo tassello di una politica di criminalizzazione e segregazione delle persone migranti”. Ne abbiamo parlato con Sergio Velluto, presidente del Concistoro della Chiesa valdese.

Ci spiega qual è la posizione della Chiesa valdese in merito alla riapertura del Centro?

Già nel 2021, in seguito alla morte di Moussa Balde, ospitato in quello stesso Centro di detenzione, la Chiesa valdese di Torino si era espressa a riguardo. Queste le parole con cui la pastora Maria Bonafede, che aveva visitato il Cpr, iniziava una lettera inviata all’allora Presidente del Consiglio Mario Draghi: “Non ho mai potuto dimenticare il senso di desolazione e di orrore che quel luogo ha lasciato in me”. Ancora oggi la Chiesa valdese di Torino si schiera con quanti sono contrari alla riapertura, come il Comune e tante altre associazioni laiche e comunità di fede. Sentiamo il dovere di denunciare ogni comportamento individuale e ogni politica razzista e intollerante perché contrari, non solo alla vocazione evangelica, ma al dettato stesso della Costituzione repubblicana scritta dopo la Resistenza al fascismo.

Che cosa si sente di chiedere a chi ha responsabilità di governo a tutti i livelli?

Nel comunicato da noi emesso abbiamo scritto che preghiamo Dio perché tutte le persone e, soprattutto chi ha responsabilità di governo a tutti i livelli, cessino ogni comportamento volto a fomentare l’odio verso chi non è uguale a noi. Ovviamente per noi la preghiera non è solo una richiesta di aiuto rivolta a Dio, ma una pratica quotidiana e fattiva di vita ispirata ai principi di amore e condivisione che troviamo nell’Evangelo di Gesù Cristo.

Qual è il contributo che le nostre chiese possono portare per una società più solidale?

Tutti i gruppi e le comunità devono farsi carico delle sorelle e dei fratelli più fragili e disagiati. Non solo nell’aiuto concreto quotidiano ma anche nella difesa dei diritti sin qui acquisiti e della legalità, unici strumenti pacifici e civili che abbiamo per la costruzione di una società più giusta. Quindi anche le chiese hanno una grossa responsabilità e un compito da svolgere in questa direzione.

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