ArticoliUn pensiero in libertà

Testimoniare Cristo senza sostituirsi a lui

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Ogni comunità cristiana nasce da un paradosso. Non si può essere cristiani in modo strettamente individuale: la fede cristiana richiede una comunità che annunci il Vangelo, celebri i sacramenti, sostenga la speranza. Però nessuna comunità, neppure la cristianità intera, può diventare fondamento o garanzia della fede.

Il Nuovo Testamento usa immagini molto forti per parlare della chiesa: la chiama «corpo di Cristo» (1 Corinzi 12), «tempio santo» (Efesini 2), «popolo di Dio» (1 Pietro 2). Ma tutte conservano una distinzione fondamentale: la chiesa vive di Cristo, non al posto di Cristo. È una differenza decisiva.

Ogni volta che la comunità dimentica di essere segno e testimonianza di un Altro e pretende, anche inconsapevolmente, di identificarsi con ciò che indica, si rischia l’idolatria. Non quella di un’immagine di pietra, ma quella di una realtà ecclesiale, persino della singola comunità, che finisce per occupare il posto che appartiene al Signore.

Il passaggio è quasi impercettibile: appartenere a Cristo diventa appartenere alla propria comunità. La fedeltà al Vangelo finisce per coincidere con la fedeltà a un’organizzazione, a una tradizione, a uno stile di culto, a una leadership. Si continua a parlare di Cristo anche con grande fervore, ma il riferimento reale della fede si sposta dalla persona di Cristo alla comunità stessa.

Il Nuovo Testamento racconta una storia diversa. Paolo rimprovera Pietro quando il suo comportamento contraddice il Vangelo. Le lettere apostoliche correggono continuamente le chiese prima ancora dei singoli credenti, ricordando che la comunità è sempre sotto il giudizio della Parola. Nell’Apocalisse è il Cristo risorto che giudica le sue chiese, le richiama e le invita alla conversione. Se Cristo può giudicare la chiesa, vuol dire che essa, benché gli appartenga, non può mai identificarsi con lui.

Questa distanza è una buona notizia: la nostra fede non è garantita dall’infallibilità della chiesa, ma dalla fedeltà di Dio. La chiesa è il luogo in cui ascoltiamo la Parola. Vive della Parola che le è rivolta e che annuncia, ma non ne è la sorgente. È la comunità dei chiamati, non colei che chiama. È il corpo, ma il capo rimane Cristo.

Per questo una comunità autenticamente evangelica non mira a trattenere le persone presso di sé, ma le orienta continuamente oltre se stessa. Come Giovanni Battista, sa dire: «Bisogna che egli cresca, e che io diminuisca» (Giovanni 3,30). Anche la chiesa dovrebbe meditare più spesso queste parole. La sua vocazione non è essere grande, influente o indispensabile. È essere trasparente a Cristo.

Quando una comunità riesce a essere così trasparente da lasciar intravedere il Signore che l’ha convocata, realizza davvero la propria missione. La chiesa non esiste perché gli esseri umani trovino un’appartenenza, ma perché, attraverso la sua fragile testimonianza, possano incontrare Colui al quale già appartengono. La sua fedeltà sta tutta qui: testimoniare Cristo senza mai sostituirsi a lui.

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