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Sperare contro ogni speranza

La speranza più radicale è quella che trova in Dio il suo fondamento

«Egli, sperando contro ogni speranza, credette, per diventare padre di molte nazioni».

Romani 4,18

Matura un’età, forse a causa di una serie di delusioni, dopo la quale si smette di sperare per prudenza, non per debolezza: si impara a calcolare, a non aspettarsi troppo, a chiamare questo mestiere: realismo. Abramo aveva ogni ragione per fare lo stesso. Il suo corpo, dice il testo senza pudore, era ormai come morto; il grembo di Sara altrettanto, da decenni. Nessuna statistica, nessuna esperienza accumulata in una vita intera gli davano motivo di credere ancora a un figlio possibile, e chiunque, intorno, gli avrebbe dato ragione a smettere. Eppure, Paolo scrive che egli sperò «contro ogni speranza» — non contro la disperazione soltanto, ma contro la speranza stessa intesa come previsione ragionevole delle cose, come calcolo onesto delle probabilità residue.

C’è dunque una speranza più radicale di quella che nasce dai conti, ed è quella che si appoggia non a ciò che sembra plausibile ma a chi ha parlato per primo. Questo non rende indolore l’attesa, né toglie il peso degli anni passati a sperare senza segni visibili, invecchiando comunque. Ma sposta il fondamento sotto i piedi: non più «quanto è probabile», ma «chi lo ha promesso». E in quello spostamento, invisibile a chiunque guardi solo i fatti compiuti, un vecchio diventa, contro ogni evidenza raccolta in una vita, padre di una moltitudine. Non perché avesse smesso di vedere la propria debolezza — la vedeva benissimo — ma perché aveva imparato a non fondare più su di essa l’ultima parola sul proprio futuro.

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