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Che cosa oggi è ancora umano?

A colloquio con Vittorio Lingiardi in vista della Giornata mondiale della salute mentale

Il 10 ottobre si tiene la Giornata mondiale della salute mentale, riconosciuta a livello internazionale dal 1992 come evento per sensibilizzare le persone in merito alla cura del proprio benessere psichico. È in questa occasione che abbiamo interloquito con Vittorio Lingiardi, saggista, psichiatra e psicoanalista italiano, professore ordinario di Psicologia dinamica presso la Facoltà di Medicina e Psicologia dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”.

Il suo ultimo libro ha un titolo forte: «Farsi male. Variazioni sul masochismo». È così semplice consegnarsi al dolore?

«Succede a tutti di farsi male, ma non sempre ce ne accorgiamo, non sempre lo capiamo. Ho scritto questo libro anche per imparare a riconoscere, e quando possibile districare, i patimenti che ci colpiscono alle spalle da quelli a cui noi stessi, più o meno consapevolmente, ci consegniamo. Per tracciare un confine tra convivenza e connivenza col dolore. Sì, perché possiamo parlare di masochismo solo quando la possibilità del cambiamento ci sarebbe, ma non la vediamo, non la cerchiamo. I modi di farsi male sono tanti, e non riguardano solo i legami amorosi. Ne ho visti molti, impossibile descriverli tutti: allievi e allieve per anni alla mercé accademica dei loro professori, forse potenti, sicuramente ingrati, quando non sadici; impiegate esauste, ma fedeli e materne con datori di lavoro ciclotimici e bizzosi; uomini in età che si espongono a rischi fisici e sociali per inseguire giovani amanti; persone ridotte in miseria dal gioco d’azzardo. Anche per la bellezza ci facciamo male. Piegati a modelli e aspettative che lasciano il segno, seguiamo la strada dei dolori autoinflitti: anoressie di corpi esangui da affamare; vigoressie nutrite di steroidi; dismorfismi che inseguono chirurgie mai soddisfacenti. Spesso, il masochismo è l’autopunizione di chi non riesce a vivere all’altezza dei propri ideali, che poi sono proiezioni di aspettative altrui».

Come possiamo parlare di cura delle relazioni in una società atomizzata?

«Innanzitutto con l’attenzione, nel senso di Simone Weil. E quindi con l’ascolto. Senza mai dimenticare il corpo. Lo dico da medico. Cosa succede oggi ai corpi dei pazienti? Nella medicina iperspecialistica e tecnologica (che per carità è fondamentale, il mio discorso non vuole certo essere nostalgico dei tempi in cui non c’erano Tac o risonanze magnetiche) il corpo intero inevitabilmente svanisce per lasciare il posto alle singole parti. Ma quando le parti sono curate come separate, quasi non comunicanti, il rischio è perdere di vista il compito della professione: curare il malato, non solo la malattia. È la differenza, nella lingua inglese, tra to cure e to care. La cura è prendersi cura. Più di mille parole vale un breve racconto di Eduardo Galeano, che si intitola Una lezione di medicina. Parla di una donna anziana che continua a chiedere al dottore di sentirle il polso. Lui esegue, perché un buon medico deve essere paziente con i suoi pazienti, ma pensa: “A questa vecchia manca una rotella”. Solo dopo molto tempo capisce che quella donna, in ospedale, aveva bisogno che qualcuno la “vedesse” e la toccasse. Curare le relazioni in una società atomizzata significa non lasciare che il virtuale e l’artificiale sostituiscano la presenza e lo sguardo».

Lei è un medico ma anche un bravo scrittore. Che cos’è per lei la scrittura?

«La scrittura per me è una casa. Contiene la solitudine e il dolore, ma al tempo stesso li cura. Sulla pagina che scrivi si posano altri occhi, le tue parole attraversano la vita degli altri. Scrivere è stare nella circolarità io-tu-noi: un dialogo interiore, che diventa scambio con le persone a cui voglio bene e mi sono più vicine; e poi tutto questo finisce nel mondo, nella meraviglia delle persone che non conosco ma con le quali parlo attraverso i miei libri. La mia scrittura, che definirei “saggistica poetica”, è guidata da una frase che ho letto in un romanzo di Ian McEwan: “il poetico, lo scientifico, l’erotico: perché mai la fantasia dovrebbe votarsi al servizio di un unico padrone?”. E poi c’è la “poesia-poesia”, che è uno stato della mente ma anche una scrittura. I miei versi sono righe brevi, ritmiche, quasi neurali. Amo la rima. Proprio in questi giorni, per Einaudi, è uscita la mia raccolta di poesie Lezioni di nuoto».

I suoi libri sono pieni di citazioni derivanti dal mondo dell’arte e della letteratura. Quale tipo di nutrimento rappresentano per il suo mestiere di psichiatra e psicoanalista?

«Il mito e la letteratura sono grandi racconti che parlano di noi. I poeti arrivano prima degli psicoanalisti, diceva Freud, perché il loro compito non è spiegare ma sentire ciò che, di profondamente personale, può parlare a tutti. Per Giorgio Caproni il poeta è un minatore che dalla superficie, cioè l’autobiografia, scava e scava finché trova dentro di sé un fondo che è comune a tutti. Finché scopre gli altri in se stesso. La letteratura non fa diagnosi: offre personaggi, destini, monologhi interiori. Narciso, Edipo, Antigone sono esperienze psichiche che continuano a visitarci. Arte e poesia arrivano dove la teoria si ferma e la clinica si fa da parte: sono un nutrimento che la sola formazione scientifica non potrebbe darmi. Anche per questo a lezione uso molto il cinema e i romanzi per raccontare le relazioni, gli affetti, la psicologia e la psicopatologia».

Lei crede e qual è il suo rapporto con l’assoluto?

«Non sono credente, ma ho un dialogo intimo e profondo con la religione e le persone di fede che frequento. Negli ultimi anni, anche pubblicamente, questo dialogo è stato uno dei più ricchi per me. Non solo spiritualmente, anche politicamente. Non ho una concezione trascendente dell’esistenza: vengo da una solida formazione medico-scientifica. Se penso al funzionamento psichico non penso all’anima, ma al cervello. Ma non mi basta. Ci sono la storia personale, gli incontri, i sogni e i valori. Le nostre vite sono affettive, emotive e naturalmente spirituali. Il sentimento del sacro abita molte mie esperienze. Più che nella natura divina, lo sento nella sua forma poetica. Importante è stata per me la lezione di Pier Paolo Pasolini, il suo insegnamento a vedere e sentire la sacralità delle cose, contro un materialismo edonista, consumistico e neocapitalista. Giovanni Testori è stato un amico e un maestro di poesia. E da medico amo la poesia di Walt Whitman, l’incanto fisico per il “corpo elettrico”, che nel mio libro è diventato Corpo, umano. Una virgola importante per fermarsi a riflettere su cosa, oggi, sia ancora umano».

Foto: (C) Pasqualini/Musa

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