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Quando la fede incontra la vita

A colloquio con Lytta Basset, teologa e docente di teologia pratica

A pochi giorni dal’8 marzo abbiamo incontrato Lytta Basset, teologa protestante svizzera, già pastora a Ginevra e docente di teologia pratica all’Università di Neuchâtel. Un incontro intenso in cui Basset intreccia fede e vita, dialogando incessantemente con il testo biblico e con la figura di Gesù. Alcuni suoi libri sono tradotti anche in italiano: Io non giudico nessuno (Claudiana, 2004); Il senso di colpa. Paralisi del cuore (Qiqajon, 2007); Il desiderio di voltare pagina: Perdonare è cominciare ad accettare se stessi (San Paolo 2008); Dal non senso alla gioia (Qiqajon, 2017).

Il cristianesimo è ancora in grado, secondo lei, di prendere sul serio il tragico della condizione umana?

Il tragico della condizione umana, la sofferenza hanno sempre rappresentato il cuore della fede cristiana e della Scrittura. Dio se ne occupa sin dall’inizio: ne sono un esempio il libro dei Salmi ma anche quello di Giobbe senza dimenticare la Genesi dove Dio riconosce che Adamo non è fatto per restare solo. Inoltre, nulla prende sul serio il tragico della condizione umana come la croce di Cristo: ricordiamoci che non c’è Resurrezione né Pasqua senza il Venerdì Santo. E poi ci sono le parole di Gesù quando dice: “Venite a me, voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi darò riposo” (Matteo 11,28). Mi ha sempre colpito quel “tutti”. Qui c’è la consapevolezza di Gesù della pesantezza della condizione umana. Così come in queste altre sue parole: “Se uno vuole venire dietro a me, prenda la sua croce e mi segua” (Matteo 16,24). Ma prendere questa croce, se si presta attenzione al verbo greco, significa sollevarla, assumerla senza farcene schiacciare. Perché se restiamo schiacciati sotto la croce, non possiamo camminare con Gesù. Del resto la prima cosa che egli fa nelle sue peregrinazioni è quella di guarire i malati e scacciare i demoni, che sono le forze di divisione che opprimono le persone, che impediscono loro di essere se stesse e di vivere la propria esistenza.

È facile per gli esseri umani prendere sul serio le proprie ferite e i propri dolori?

No, molti soffocano ciò che di doloroso hanno vissuto, convinti che si debba andare avanti e girare pagina. Mettono un coperchio sulla pentola del loro dolore. Io, le dico qualcosa di molto personale, se non fossi radicata nella relazione con Gesù e con Dio, sarei morta da tempo. Ho attraversato cose così dolorose nella mia vita che non potrei credere in un Dio che non prende sul serio i traumi e le sofferenze. Devo dire che incontro spesso dei cristiani e gente di chiesa che non prendono molto sul serio il passato doloroso delle persone. C’è questa idea che un cristiano debba sempre essere gioioso. Come è possibile?

In effetti oggi il dolore tende a essere rimosso…

Molti dei dolori attuali hanno radici nell’infanzia. Oggi la società prende sul serio questo aspetto ma il lavoro da fare è ancora tanto. Si incoraggia le persone a dimenticare i propri dolori antichi più che a esplicitarli e a condividerli. Ma non si dimentica nulla. Lo vedo durante l’attività di accompagnamento spirituale che svolgo. Anche qui vorrei dire qualcosa di personale: prima di iniziare la mia tesi di dottorato, ho iniziato una psicoterapia di tipo analitico che ha richiesto un lavoro nel profondo. Questa si accompagnava al mio lavoro sui testi biblici sul tema del male e sulla capacità di praticare il perdono. Quello che mi colpì è che tutto ciò che vivevo in psicoterapia trovava conferma nei testi biblici. La lettura di essi era segnata dal mio attraversamento esistenziale dell’abisso del male, del dolore, della sofferenza, della colpa e del peccato. C’è stato un nutrimento reciproco tra il lavoro su me stessa e il lavoro di scavo delle Scritture. Quando ho iniziato la mia attività di accompagnamento spirituale delle persone ho potuto ritrovare tutto questo, tutta la bruciante attualità dei testi biblici su questi temi.

E del senso di colpa che cosa ci dice?

È stato il punto di partenza della mia tesi di dottorato. Il senso di colpa mi ha attraversata per lungo tempo, è l’albero che nasconde la foresta, cioè quando i dolori e le sofferenze sono enormi ci si dice che è colpa nostra. Ero così immersa nella colpa perché avevo troppa paura di vedere i dolori e i traumi della mia infanzia. E ho capito, grazie alla psicoterapia, che dirsi colpevoli è l’ultimo potere che ci resta sulla sofferenza, una forma di autodistruzione quando il dolore è troppo insopportabile da portare.

E sul peccato?

È una parola che cerco di usare il meno possibile perché è qualcosa che le persone non sopportano. Molti si sono sentiti colpevolizzati dalle chiese, è un termine sovraccarico di significati, spesso non più compreso dalla gente. Preferisco parlare del peccato come della rottura o della non relazione con Dio. Quando ci si trova in questa condizione spesso si vive una frattura relazionale anche con gli altri esseri umani e per me il peccato è tutto ciò che si oppone alla relazione. Ho scritto un libro che è una contestazione della dottrina del dogma del peccato originale. Gesù del resto non ne parla mai: quando è venuto sulla terra ha portato solo benevolenza e non ha iniziato la sua opera condannando le persone dicendo che erano cattive. 

Lei mette molto di se stessa nelle sue opere. Quale ruolo giocano le emozioni nella sua ricerca di fede?

La Bibbia è piena di testimonianze che includono tutte le dimensioni dell’essere umano. I personaggi biblici, e Gesù per primo, ci mostrano una dimensione affettiva. Il libro dei Salmi, che è quello più letto oggi, descrive tutte le emozioni, i sentimenti, gli affetti degli umani. Anche gli Evangeli sono pieni delle emozioni di Gesù. Per questo psicoterapia e spiritualità sono intimamente legate. Credo all’affettività come motore della vita spirituale. Pensiamo a Gesù davanti alla tomba di Lazzaro: piange. Queste lacrime, questo dolore che Gesù condivide con gli esseri umani ci sono utili. Così come la sua angoscia, vissuta in modo fisico, sul Getsemani. 

La parola biblica può dunque avere un ruolo terapeutico?

Sì, le faccio due esempi personali. Nel 2001 io e la mia famiglia abbiamo perso il nostro figlio maggiore per suicidio: aveva ventiquattro anni. È stato un cataclisma. Uno o due tre mesi dopo la morte di Samuel mi trovavo a Roma per una conferenza e non riuscivo ad alzarmi dal letto tanto ero annientata dal dolore. E tutto d’un colpo ho sentito una frase, come mi fosse sussurrata all’orecchio: “L’anima mia è oppressa da tristezza mortale” (Matteo 26,38). Era la parola di Gesù sul Getsemani. Immediatamente mi sono sentita ascoltata, consolata. Era Gesù che veniva, secoli più tardi, con il suo carico di dolore, a condividere la mia tristezza. E in quel momento mi ha rimesso in piedi. 

L’altro esempio riguarda come per un periodo, durante la mia psicoterapia che è stata molto lunga perché ho avuto una storia infantile spaventosa, mi dicevo che la frase più importante della Bibbia era quella di Gesù “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?”. Questa frase di Gesù sulla croce era il momento in cui ero raggiunta nella mia sofferenza terribile dell’abbandono.

Lei è molto impegnata nel campo dell’accompagnamento spirituale e della relazione d’aiuto. Ci dice qualcosa a riguardo?

Quello che riscontro durante il mio lavoro di accompagnamento spirituale è che sovente le parole bibliche sono mal tradotte e dunque risultano mortifere, sovraccariche di interpretazioni dogmatiche. C’è ancora oggi, di alcune parole bibliche, un utilizzo volto a schiacciare il prossimo, con conseguenze drammatiche sulla vita delle persone: esse non vogliono più sentire parlare della Bibbia e sono paralizzate nella loro vita spirituale. In alcuni casi si può dire che hanno subito un vero e proprio abuso spirituale. Nel mio lavoro di accompagnamento cerco di ripulire i testi dalle interpretazioni che non sono compatibili con i testi stessi. Propongo alle persone che accompagno delle parole che siano d’aiuto, terapeutiche innanzitutto per me. Per esempio le parole di Gesù “Io sono” che compaiono sette volte nell’Evangelo di Giovanni. Dico spesso a chi ho di fronte, e che si trova nella disperazione e nella confusione, di ripeterle, in silenzio, come una preghiera del cuore, connettendosi a Gesù, affinché scendano nel profondo di loro stesse. La Bibbia è qui per farci del bene. Se un testo biblico mi scandalizza, risulta insopportabile o mi deprime, cerco di andare al fondo delle cose, ascoltando il testo in ebraico o in greco, nonché confrontando le diverse traduzioni e commentari. Provo insomma ad avere orecchi per intendere, come dice Gesù. 

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