ArticoliUn pensiero in libertà

Proteste di piazza: che cosa conta davvero?

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Ciò che per primo ci è noto non è per questo primo per natura: Aristotele ci ricorda che di norma cogliamo prima ciò che è più evidente e immediato, mentre per comprendere la realtà dobbiamo risalire alle cause.

Per capire le odierne proteste di studenti, agricoltori e autotrasportatori dobbiamo compiere questo esercizio di attenzione. Il caro carburante, l’aumento dei prezzi, gli affitti insostenibili e la difficoltà di arrivare alla fine del mese non costituiscono soltanto problemi individuali o motivi per rivendicazioni di categoria. Sono lʼultima goccia di un disagio ormai cronico: redditi che non tengono il passo con il costo della vita, servizi pubblici insufficienti, prospettive incerte per chi studia, lavora o cerca di mantenere viva un’attività.

Eppure, quando queste voci arrivano in piazza, il racconto pubblico tende a capovolgere le priorità. Le ragioni e le dimensioni della protesta restano sullo sfondo, mentre pochi episodi di vandalismo, certo condannabili, occupano il centro della scena. La mobilitazione viene così ridotta all’immagine di una minoranza violenta, magari identificata con i giovani delle periferie o con i figli dell’immigrazione. Il gesto più vistoso prende il posto delle domande di fondo e l’eccezione finisce per rappresentare il tutto.

Non si tratta di assolvere chi danneggia, ma di non confondere la condanna di un atto con il rifiuto di ascoltare le ragioni di chi protesta. Una vetrina infranta fa rumore; ne fanno molto meno, nel silenzio delle case, la rinuncia a curarsi, il peso di un affitto, una scuola senza risorse, il lavoro precario, un’azienda agricola schiacciata dai costi. Ma ciò che è meno eclatante non è per questo meno reale.

Quando i governi sʼimpegnano a destinare entro il 2035 il 5% del PIL alla difesa e alla sicurezza, occorre chiedersi non solo quanto si spenda, ma quale futuro intendiamo proteggere: con quali scuole, ospedali, trasporti, salari e opportunità. La sicurezza non è soltanto la difesa da una minaccia; è anche la possibilità concreta di vivere senza essere continuamente esposti alla precarietà.

La predicazione dei profeti biblici esortava a guardare oltre i segni più evidenti della crisi, risalendo alle sue cause profonde. Anche a costo di scontrarsi con i potenti, i profeti denunciavano le ingiustizie e l’oppressione dei deboli come radici della fragilità e della rovina d’Israele. Non si fermavano ai sintomi, ma chiamavano in causa le responsabilità morali e spirituali di chi, con azioni e omissioni, continuava ad alimentare la crisi, là dove il potere preferiva spesso non guardare.

È questo il cammino che Aristotele ci invita a compiere: risalire da ciò che colpisce immediatamente lʼattenzione alle condizioni che lo hanno prodotto, dagli effetti alle cause. Una vetrina infranta può essere un fatto grave, ma non esaurisce la realtà di una protesta; reprimerla con la forza non significa averne compreso le ragioni. Quando l’informazione si ferma al fatto più vistoso e la politica ai suoi effetti più immediati, il rischio è di condannare i sintomi e lasciare intatte le condizioni che li generano, scambiando così ciò che appare per ciò che conta davvero.

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