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Preoccupazione per la minoranza cristiana in Iran

La rubrica “Cristiani nel mondo” del pastore Luca Maria Negro

In queste settimane il mondo è con il fiato sospeso per l’estendersi del conflitto in Iran e in tutto il Medio Oriente. Anche le chiese cristiane hanno espresso la loro preoccupazione, in particolare attraverso una dichiarazione congiunta del 9 marzo scorso da parte di otto organizzazioni cristiane internazionali – tra cui il Consiglio ecumenico delle chiese, la Comunione mondiale di chiese riformate e il Consiglio metodista mondiale. Il testo sottolinea come l’escalation del conflitto costituisca una grave minaccia per la pace e la sicurezza della regione e dell’intero mondo, ed esprime preoccupazione non solo per il popolo iraniano, ma anche per le conseguenze del conflitto nei paesi vicini, dal Libano ai Paesi del Golfo fino a Cipro e all’Azerbaigian, per l’aumento dei già numerosi sfollati, per i rischi a cui sono esposte le minoranze cristiane nella regione.

A questo proposito, ci si potrebbe chiedere: ma esistono dei cristiani in Iran, paese a schiacciante maggioranza musulmana sciita? Certo che esistono: si tratta di una piccola minoranza, però antica quanto lo stesso Nuovo Testamento. Infatti la presenza tra i primi cristiani di abitanti dell’attuale Iran (Parti, Medi ed Elamiti) è attestata negli Atti degli Apostoli, nel racconto della Pentecoste, proprio in apertura della lunga lista di popoli citati (Atti 2,9). 

Oggi la comunità cristiana più numerosa è quella armena apostolica (un’antica chiesa ortodossa d’Oriente); seguono cattolici di vario rito (armeno, caldeo e latino), assiri (altra antica chiesa orientale), ortodossi russi, anglicani ed evangelici vari. Tra questi ultimi, un numero imprecisato ma crescente di convertiti che appartengono a “chiese domestiche”, che non escono allo scoperto per il timore della persecuzione. Infatti, anche se teoricamente il cristianesimo è “religione lecita”, la conversione dall’islam è severamente punita.

Molti cristiani iraniani vivono all’estero, dove esistono fiorenti comunità che tengono il loro culto in lingua farsi. La Società Biblica Iraniana, chiusa dalle autorità nel 1990, prosegue il suo lavoro nella diaspora. 

All’interno del paese, il censimento ufficiale del 2016 parlava di 118.000 cristiani, ma varie fonti parlano di cifre ben più alte e di una crescita esponenziale negli ultimi anni. Secondo le stime dell’organizzazione evangelica Open Doors, che sostiene i cristiani perseguitati nel mondo, in pochi anni si sarebbe passati dai 370.000 cristiani (2014) a oltre 800.000 (2025). Secondo una ricerca condotta dall’istituto olandese Gamaan nel 2020, i convertiti iraniani al cristianesimo potrebbero essere fino a un milione.

Il 4 marzo scorso il vescovo protestante Frank Kopania, responsabile per l’ecumenismo e gli esteri della Chiesa evangelica in Germania (EKD), ha espresso forte preoccupazione per la situazione dei cristiani in Iran, aggravata dall’attuale confronto militare con Israele e Stati Uniti. Kopania ritiene che le minoranze religiose, già vulnerabili, rischino un aumento della repressione: in particolare i gruppi cristiani con contatti internazionali potrebbero essere sospettati di vicinanza ai “nemici della politica estera”. Il vescovo chiede con urgenza una de-escalation e la protezione della popolazione civile, sottolineando la necessità di soluzioni politiche per evitare il deterioramento della situazione.

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