ArticoliIl Vangelo ci parla

Portatori di speranza

La fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri

“Non temere, io sono il primo e l’ultimo, e il vivente.”

Apocalisse 1,17–18

Giovanni scrive l’Apocalisse dall’isola di Patmos, dove è stato confinato per aver testimoniato la fede in Cristo. L’Impero romano voleva ridurre al silenzio la chiesa, ma non poteva mettere a tacere Dio. Proprio lì, nell’isolamento, nel vero senso della parola, e nella tribolazione, Giovanni vede il Cristo risorto: non più il bambino di Betlemme o il Crocifisso del Golgota, ma il Signore dell’universo, luminoso, potente, con le stelle — le chiese — nelle sue mani.

Per quelle chiese povere e perseguitate Giovanni ha un messaggio liberante: il vero potere non appartiene all’Imperatore, ma a Cristo, «il Primo e l’Ultimo, il Vivente… che ha le chiavi della morte» (Ap 1,17–18). Per questo l’Apocalisse non è un libro di paura, ma di consolazione, perché è “il libro del mondo rinnovato” (Giampiero Comolli).

Anche oggi affrontiamo la pressione, il dolore, l’incertezza: malattie, lutti, perdita del lavoro, futuro fragile. A noi, come a Giovanni, Cristo dice: “Non temere”. È una parola che solleva, come la mano di un padre sulla spalla di un figlio impaurito o un abbraccio silenzioso della madre.

Questa consolazione ci rende capaci di guardare il mondo con occhi nuovi. Di fronte alla sofferenza dei profughi, alle crisi umanitarie, ai venti di guerra e alle ingiustizie che gridano al cielo, la fede ci libera dalla paura e ci rende liberi di impegnarci per la vita degli altri.

Il Signore crocifisso e risorto regna. E proprio per questo possiamo essere, oggi, portatori e portatrici di speranza.

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