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Perché sperare?

Si spera prima ancora di sentire di poter sperare: la fede parla al futuro perché il presente, lasciato solo con le sue prove, non le crederebbe mai

«Perché ti abbatti, anima mia? Perché ti agiti in me? Spera in Dio, perché lo celebrerò ancora; egli è il mio salvatore e il mio Dio.»

Salmo 42,11

Giunge un momento, spesso verso sera, in cui l’anima diventa particolarmente inquieta. Apparentemente tutto procede nella normalità ma, sotto la superficie della pelle, scorre una corrente pesante, che nessuno vede, e che trasporta qualcosa di noi, senza far rumore.

Il salmista non chiede a Dio perché sia triste: si volta verso se stesso ed interroga la propria anima come si interroga un estraneo seduto accanto, silenzioso da ore, di cui non si conosce più il pensiero. Non è una domanda retorica: è la scoperta che dentro di noi abita qualcuno di parzialmente estraneo.

Proprio in quella distanza tra chi soffre e chi osserva la sofferenza, però, nasce la possibilità di dire un’altra parola, diversa. «Spera in Dio» non è un ordine dato al sentimento, che non obbedisce a comando né a buona volontà; è piuttosto un indirizzo, una lettera scritta a se stessi prima che il cuore sia pronto a firmarla o anche solo a leggerla fino in fondo.

Si spera prima ancora di sentire di poter sperare: la fede parla al futuro perché il presente, lasciato solo con le sue prove, non le crederebbe mai. E così, senza che nulla sia ancora cambiato attorno, l’anima comincia già a essere chiamata per nome, che giunge a noi come aria fresca in una stanza chiusa. Ossigeno proveniente dal Cielo, per te.

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