ArticoliIl Vangelo ci parla

Per essere “grandi” bisogna farsi servitori

Occorre mettersi al lavoro per servire, vivendo, l’economia del Regno di Dio

Il Figlio dell’uomo non è venuto per essere servito, ma per servire e per dare la sua vita come prezzo di riscatto per molti“.

Matteo 20:28

“Perché sono qui?”. È una domanda che, prima o poi, bussa alla nostra porta: quella sul senso delle nostre vite, e delle nostre scelte.

Gesù, in uno dei capitoli più rivoluzionari del vangelo di Matteo, spiega il “suo” perché e, facendolo, scardina qualunque idea i suoi discepoli potessero aver coltivato su di lui, perché rivela di essere venuto per servire, fino alla sua morte – veicolo di grazia e perdono per l’umanità. Il messaggio è teologicamente limpido: Dio apre un varco di salvezza per le sue creature. Ma non finisce qui.

C’è infatti un altro rivolgimento, dichiarato nelle parole del Cristo, altrettanto prezioso per noi: perché, oltre a dirci cosa Dio ha fatto, fa e farà nei nostri confronti, ci dice anche la risposta che possiamo dare alla Sua opera di liberazione. Lo si vede nella scena, quasi tenera, della madre di Giacomo e Giovanni che chiede posti d’onore nel regno. Gesù risponde: l’unico modo per essere “grandi” è farsi servitori e servi. Che non sono sinonimi: servitore descrive la funzione, servo, invece, l’identità.

Un servo servitore, una serva servitrice del regno di Dio sono esseri umani che hanno accettato e praticano quel rivolgimento che Cristo qui annuncia, e realizza, rende possibile, nella Croce. Una scala gerarchica ribaltata – come nella storia dei lavoratori delle ore diverse – tramite la quale la Parola vuole farci intendere che, se un merito abbiamo, esso consiste solo in questo, che Dio ci ha amato senza che noi né avessimo alcun diritto.

La risposta, l’unica possibile, è di metterci alacremente al lavoro, per servire vivendo l’economia di quel Regno ogni giorno, di questa nostra vita.

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