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Oltre il rumore

La speranza non è una qualità che si possiede o si perde secondo il carattere di ciascuno ma proviene da Dio

«Anima mia, trova riposo in Dio solo, poiché da Lui proviene la mia speranza».

Salmo 62,5

Ci sono giorni in cui le voci si affollano: le notizie, i conti da far tornare, le voci di chi dice cosa dovresti temere e cosa dovresti desiderare, come se il silenzio fosse ormai un lusso che nessuno può più permettersi. Il salmista conosce bene quel frastuono – lo chiama assalto, lo chiama muro pericolante, parete che sta per crollare addosso a chi vi si appoggia – eppure in mezzo a esso trova un punto in cui il rumore si ferma, come se qualcuno, da dentro, avesse chiuso una porta.

«Anima mia, trova riposo in Dio solo». Non altrove: non nella ricchezza, che sembra un rifugio solido finché non rivela i propri limiti; non nella propria forza o intelligenza, che tengono finché non vengono messe alla prova sul serio, in una notte qualsiasi. C’è qualcosa di severo e insieme di liberante in quel «solo»: toglie di mano tante piccole ancore a cui ci si aggrappa senza nemmeno saperlo, e lascia una sola presa. Riposare, qui, non significa smettere di sentire il mondo intorno: significa smettere di credere che il mondo abbia l’ultima parola su ciò che siamo.

La speranza, dice il testo, «viene da Lui» – non è una qualità che si possiede o si perde secondo il carattere di ciascuno, è piuttosto un flusso che arriva da fuori, come acqua a una radice che da sola, prima o poi, si seccherebbe. Per questo, alla fine, si può tacere davvero, senza che quel silenzio faccia più paura di prima, perché questo silenzio è spazio di speranza.

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