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Nuovo vescovo per la Chiesa metodista portoghese

All’ultimo Sinodo era presente anche la moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta

Dal 24 al 26 aprile 2026 si è svolto a Braga, in Portogallo, il Sinodo della Chiesa evangelica metodista portoghese. Si tratta di una piccola Chiesa minoritaria attiva dal 1871 che conta 14 comunità e circa 2000 fedeli. Una Chiesa che, nonostante i numeri esigui, continua a rendere una testimonianza attiva nel Paese e vanta diversi progetti che sottolineano un forte impegno sociale. Anche la Chiesa portoghese, come la Chiesa valdese, è parte della Conferenza delle chiese protestanti dei paesi latini d’Europa.

Il Sinodo è stato intenso ed emozionante: si è infatti concluso, dopo 25 anni, il lungo servizio del vescovo Sifredo Teixeira al quale è succeduto il pastore Eduardo Conde. Il Sinodo ha rivelato tutta la vitalità di questa Chiesa; erano presenti, infatti, tutte le generazioni e una grande opera di rivitalizzazione è costituita dall’ampia presenza di migranti (provenienti soprattutto dalle ex colonie portoghesi). La comunanza linguistica aiuta il loro inserimento nella vita della chiesa, ma certamente non mancano tutte le sfide legate all’interculturalità e all'”essere chiesa insieme”.

Al Sinodo è stato poi presentato un corposo programma di sviluppo missionario che parte dal rafforzamento delle chiese locali, ma in un quadro di connessione solidale e sostenibilità generale, con una forte attenzione all’accompagnamento e alla cure delle persone che si avvicinano alla chiesa, alla formazione, al lavoro con giovani e bambini, alla possibilità di dare vita a nuove comunità.

Infine Il Sinodo ha visto l’ordinazione di una giovane pastora, di una diacona e di un diacono e la presentazione di ben nove nuovi diaconi e due nuovi pastori in prova.

Al Sinodo era presente anche la moderatora della Tavola Valdese, Alessandra Trotta, che ha rivolto all’assemblea un messaggio di saluto. Trotta ha innanzitutto ricordato il Patto di unione che unisce le chiese valdesi e metodiste italiane e il lavoro interculturale che le caratterizza da anni: «Oltre 50 anni fa, questo Patto ha dato vita a un originale e lungimirante modello di unità nella diversità, che ha attrezzato le nostre chiese per alcune delle più complesse sfide dell’oggi. Anche sfide un tempo inimmaginabili, a cominciare, in un mondo sempre più interconnesso, da quella interculturale, della pacifica e solidale convivenza di diverse culture. Riconoscendo l’importanza di questa crescente realtà nella società e potenzialmente nella vita della Chiesa, oltre 35 anni anni fa ci siamo gradualmente aperti allo sviluppo di un modello di piena inclusione e attiva partecipazione alla vita delle comunità locali e dell’intera Chiesa  di numerosi gruppi di fratelli e sorelle – riformati o metodisti nei loro Paesi di origine – giunti da faticosi percorsi di migrazione da diverse parti del mondo: l’esperienza di “essere chiesa insieme” nel quadro di processi autentici (dunque faticosi ma fortemente arricchenti) di reciproca trasformazione, fondata sull’ascolto e il dialogo. Oggi le più giovani generazioni frutto di questo cammino costituiscono una grande speranza di rinnovamento e sviluppo per la missione della Chiesa tutta. Gli ultimi due pastori consacrati e ben tre degli ultimi sei giovani iscritti alla Facoltà valdese di Teologia in vista del pastorato provengono da queste esperienze, e sono ponti naturali fra culture, spiritualità, visioni, chiamate a dare ciascuna il meglio di sé per una costruzione pluralistica del bene comune».

La moderatora ha poi fatto riferimento alle sfide che i cristiani si trovano a vivere nella contemporaneità: «Viviamo in un tempo che ci interroga, qui nella vecchia Europa forse più chiaramente che altrove, su che cosa voglia dire essere “cristiani” (prima ancora che “protestanti “ o “metodisti”) mentre, con un’inaudita arroganza e violenza, i potenti del mondo accusano di debolezza i cristiani che ritengono che diritti umani, giustizia, democrazia, pace, eguaglianza, solidarietà siano al centro della loro testimonianza dell’Evangelo di Gesù Cristo e di un Regno di Dio che è aperto, accogliente e inclusivo. Sono gli stessi potenti del mondo che accusano una parte della Cristianità di occuparsi troppo della “polis”, della vita comunitaria nella città terrena, invece che di spiritualità, quella che andrebbe rinchiusa nel recinto della pietà individuale, in bolle di emotiva evasione o distrazione; o nelle brutali certezze della teologia della prosperità o della benedizione blasfema di guerre sante e di nuovi nazionalismi cristiani. Ebbene, è proprio dai margini in cui la secolarizzazione, se non addirittura la scristianizzazione, del nostro continente ci hanno posti che, forse, possiamo vedere meglio la vocazione (oggi più che mai essenzialmente ecumenica) alla quale siamo chiamati: meno vicini al potere fondato sulla legge del più forte, più in grado di assumere la postura fiduciosa, determinata, coraggiosa di chi  custodisce in vasi di coccio (in una fragilità e piccolezza che, è vero, spesso ci spaventano) il tesoro del puro Evangelo, che ci invita a passare dalla follia della croce per comprendere di cosa sia veramente fatta la luce della Resurrezione».

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