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“Non fare separatamente ciò che possiamo fare insieme”

A colloquio con il presidente uscente della Conferenza delle chiese protestanti dei paesi latini d’Europa, pastore Gianni Genre

Dal 21 al 24 settembre avrà luogo a Stels, nei Grigioni (Svizzera), l’Assemblea generale della Conferenza delle Chiese protestanti dei paesi latini d’Europa (Cepple). È importante ricordare che la Cepple ha compiuto 75 anni lo scorso anno e che nacque nel settembre del 1950 proprio a Torre Pellice, su impulso del Consiglio ecumenico delle chiese. Tre sono i valdesi che, nel corso degli anni, hanno ricoperto il ruolo di presidente di questo organismo: i pastori Salvatore Ricciardi, Ermanno Genre e in ultimo Gianni Genre. Al pastore Genre, che terminerà il suo mandato di presidente proprio a questa assemblea, abbiamo rivolto alcune domande.

– Quale bilancio trae da questi anni di presidenza Cepple?

«Un bilancio positivo ma non scevro da preoccupazioni. A livello personale, ho vissuto un’esperienza certamente arricchente sul piano umano e anche culturale. Noi, come protestanti italiani, pensiamo di essere sempre i più piccoli e i più deboli, mentre dobbiamo renderci conto che si può essere chiesa anche in condizioni di maggiore fragilità e senza essere segnati da quel disincanto che a volte ci afferra e sembra toglierci il sorriso, la determinazione e la speranza.

Accanto a questo, però, non posso non riconoscere le preoccupazioni che dobbiamo affrontare con determinazione, anche nell’imminente Assemblea generale. La scelta di ritrovarci nei Grigioni non è casuale, nel momento in cui alcune chiese sorelle, fra cui anzitutto quelle svizzere, che sono state fondamentali nel dare vita alla Cepple, vivono, come un po’ tutto il protestantesimo europeo, un periodo di ripiegamento che rischia di mettere in crisi il senso delle relazioni ecumeniche e dei progetti di solidarietà. “Non fare separatamente ciò che possiamo fare insieme” era e vorrebbe essere il motto della Cepple. Oggi rischia di affievolirsi sempre di più e contagia un po’ tutte le chiese (diciotto, di sei Paesi) in questo momento in cui ognuna pensa di dovere salvare sé stessa».

– Quali sono le maggiori sfide che attendono i protestanti latini europei?
«La nostra storia, la storia dei protestanti dei Paesi latini, è “la storia degli sconosciuti”, come la definì Paolo Ricca, che frequentò più volte le assisi e i colloqui teologici della Cepple. Forse, Ricca oggi direbbe che è la “storia degli irrilevanti”, oltre che degli sconosciuti. Certo, vorremmo e preghiamo, a volte, affinché le nostre chiese riescano a sopravvivere, ma dobbiamo anche riconoscere che questa nostra condizione di minoranza infinitesimale può costituire una chance nel dibattito ecumenico e nel ruolo che le chiese possono e debbono giocare nello spazio pubblico. Siamo, insomma, come chiese fortemente minoritarie, anche più libere di parlare e autorizzate ad agire (con i pochi mezzi che abbiamo a disposizione) nell’agorà che oggi ci riconosce sovente come interlocutori e come voce da ascoltare».

– Nel 2012 la Cepple è divenuta un gruppo regionale della Comunione di chiese protestanti in Europa. Le chiese della Cepple riescono a incidere nel dibattito protestante europeo?

«Credo che le idee che mettiamo in circolazione siano discusse e spesso condivise, ma la voce delle chiese cristiane in Europa, compresa la Chiesa cattolica romana (anche con questa abbiamo cercato un dialogo, ad esempio sul tema della carenza di vocazioni), aldilà di un rispetto formale che viene loro concesso, siano sempre meno autorevoli e ascoltate (si veda le prese di posizione sulle guerre in atto, sulle disuguaglianze sociali spaventose che denunciamo, sulle violenze sulle donne, sulla questione dei migranti).

La Cepple ha cercato e cerca però di fare un piccolo ma prezioso lavoro dal basso, favorendo e rendendo possibile l’incontro di giovani europei anche con un sostegno economico. La scorsa estate quaranta ragazzi e ragazze italiani (battisti, metodisti, valdesi) hanno potuto partecipare al “Grand Kiff”, incontro di giovani protestanti francesi, grazie al nostro aiuto, così come è avvenuto in molte altre occasioni per i giovani spagnoli, portoghesi e degli altri Paesi».

– Quale ruolo giocano le chiese italiane all’interno della Cepple?

«Le nostre chiese battiste, metodiste e valdesi sono sempre state attente al lavoro della Cepple. Sono consapevoli che la nostra stessa esistenza come chiese è dovuta alle relazioni internazionali e all’aiuto ricevuto nel passato e nel presente (oggi anche noi, grazie al nostro Otto per Mille, diamo un contributo significativo a molte iniziative delle chiese estere).

Ma perché ci sono ancora delle chiese protestanti nei Paesi latini? La ragione dipende da Dio perché non ha motivazioni logiche. La presenza protestante, ad esempio in Italia, esiste ancora soltanto grazie a Dio; solo Lui ne conosce il motivo. Una presenza protestante, in questo Paese, non avrebbe dovuto esistere e sopravvivere. Pertanto, diceva ancora Paolo Ricca, bisogna ricorrere a un termine che non va certamente di moda: predestinazione. Che non è mai sinonimo di privilegio, ma piuttosto di vocazione e di responsabilità (a volte pesante da portare). Dobbiamo smettere di preoccuparci troppo della nostra identità e cercare di trovare risposte (sempre parziali) alla domanda del Cristo che ci interroga e continua a chiederci, oggi come ieri “Chi dite voi che io sia?”. Anche la Cepple esiste per cercare di rispondere, insieme a tutte le chiese che ne fanno parte, a questa domanda.

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