La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale
È convinzione antica della nostra cultura che lʼattività del conoscere (cioè apprendere, cercare, indagare) sia in realtà un ricordare. Lo affermava Platone: apprendiamo qualcosa solo se in qualche modo già lo conoscevamo dentro di noi. Il compito di chi educa verso chi apprende starebbe nel permettergli di ricordare, guidandolo in ciò lungo un cammino perlopiù faticoso e impervio. Due delle conseguenze di questa convinzione sono lʼimmortalità dellʼanima – che deve aver appreso prima di venire al mondo tutto quanto vi era da apprendere e che quindi porta in sé qualcosa (il ricordo) di ciò che è eterno – e il fatto che nulla di veramente nuovo vi sarebbe mai da conoscere. «Nulla di nuovo sotto il sole», afferma lʼEcclesiaste nella Bibbia; Platone gli risponderebbe: “perché nulla di nuovo accade mai al di sopra del sole”, nella dimensione dellʼeternità. Quanto crediamo nuovo sarebbe mera illusione o frutto di una realtà inessenziale destinata a perire.
Nel medioevo europeo, tale convinzione riaffiora, cristianizzata, nelle vicende del protagonista di un racconto cavalleresco, ripreso poi nellʼOttocento da Wagner: Parsifal. Figlio di un nobile cavaliere, morto poco prima che egli nascesse, Parsifal viene cresciuto nella foresta dalla madre, che per proteggerlo e perché non la abbandoni gli nasconde le sue origini e il suo stesso nome. Ma un giorno il ragazzo, scorgendo dei cavalieri, li segue, abbandonando la madre. Giungerà alla loro dimora, il castello del Graal – misterioso oggetto, fonte di rigenerazione spirituale, connesso alla coppa dellʼultima cena e al sangue di Cristo. Dopo molte peripezie e vari fallimenti, Parsifal, tramite una donna, rammenterà il proprio nome e la propria origine, di cui aveva ricordo vaghissimo da parole della madre, ritroverà la lancia che aveva inguaribilmente ferito il re del Graal, con essa lo guarirà, purificandolo e rendendo di nuovo possibile celebrare il sacro rito. In tutto ciò verrà guidato non dal raziocinio ma dalla compassione per la sofferenza del re.
Malgrado il suo profondo afflato spirituale, questo racconto finisce in realtà per negare lʼassoluta novità cristiana. La salvezza non sta nel ricordare la nostra origine, terrena o celeste che sia, né nella nostra capacità di compatire (oggi diremmo empatizzare), ma nellʼaccogliere riconoscenti il sacrificio unico e gratuito di Dio per amor nostro in Cristo, di cui restiamo indegni, che mai potremmo compiere da noi stessi né tantomeno conoscere, senza che ci venga annunciato.
