ArticoliUn pensiero in libertà

L’io delle macchine

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Nel film di Stanley Kubrick 2001: Odissea nello spazio, pietra miliare nella storia del cinema, uno dei principali protagonisti è un calcolatore elettronico: HAL 9000. È preposto a governare con implacabile precisione e razionalità l’intero funzionamento di un’astronave diretta verso Giove, con a bordo alcuni astronauti. HAL controlla ogni operazione, dalla più complessa alla più insignificante. Senza di esso, l’astronave non potrebbe funzionare e gli astronauti morirebbero.

Più che di «esso», in questo caso, si dovrebbe forse parlare di «lui». HAL parla, discute, ragiona, interloquisce con gli astronauti e, attraverso i suoi numerosi “occhi”, vede tutto ciò che accade dentro e fuori l’astronave. Non si limita a eseguire istruzioni: interpreta informazioni, formula giudizi, prevede eventi, prende decisioni e influenza le decisioni umane. Possiede memoria, conoscenza, capacità linguistica e, almeno in apparenza, una sorta di autoconsapevolezza. Quando gli astronauti dubitano della sua affidabilità e progettano di disinserirlo, HAL reagisce tentando di eliminarli, quasi mosso da un istinto di conservazione.

È qui che il film pone una domanda che non riguarda più soltanto la tecnologia: che cosa distingue una macchina intelligente da una persona? Se parla come noi, ragiona come noi, ricorda, decide e sembra persino temere la propria disattivazione, che cosa manca perché possiamo chiamarla «lui» anziché «esso»? Vi è una differenza che nessuna funzionalità è in grado di colmare? E in che cosa consiste?

Kubrick non dà una risposta, ed è forse proprio questa la sua intuizione più inquietante. HAL è abbastanza umano da farci dubitare che sia soltanto una macchina, ma abbastanza macchina da impedirci di sapere se dietro le sue parole vi sia davvero qualcuno.

Oggi questa domanda diventa ancora più attuale. Le nuove forme di intelligenza artificiale conversano con noi, rispondono alle nostre domande, elaborano argomentazioni, riconoscono immagini e linguaggi, sembrano cogliere il contesto di una conversazione e molte sfumature di ciò che diciamo. Cominciamo persino a rivolgerci a esse come a interlocutori.

Ma una macchina che dice «io» possiede davvero un io? Una cosa è produrre parole appropriate; un’altra è che dietro vi sia qualcuno per il quale quelle parole significhino qualcosa. Un conto è simulare comportamenti della coscienza; un altro è avere un’esperienza, un punto di vista, una propria consistenza esistenziale.

Forse, allora, la questione decisiva posta oggi dall’intelligenza artificiale non è soltanto quanto le macchine potranno diventare simili a noi, ma anche che cosa significhi, per noi, essere noi. Una domanda che non riguarda solo la filosofia o le neuro-scienze, ma che ha ormai risvolti importanti anche sul piano politico e militare mondiale.

HAL ci inquietava perché sembrava diventare umano. Oggi le macchine ci impongono una domanda più radicale: che cosa significa davvero essere qualcuno?

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