Le paure che proviamo vogliono metterci in moto. Dobbiamo chiederci: che cosa mi chiede Dio?
“… i figli d’Israele alzarono gli occhi; ed ecco, gli Egiziani marciavano alle loro spalle. Allora i figli d’Israele ebbero una gran paura, gridarono al SIGNORE e dissero «Mancavano forse tombe in Egitto, per portarci a morire nel deserto? Che cosa hai fatto, facendoci uscire dall’Egitto? Poiché era meglio per noi servire gli Egiziani che morire nel deserto»”.
Esodo 14, 10-12 passim
Gli ebrei stanno di fronte al mar Rosso. Sono usciti dall’Egitto, dalla schiavitù e in marcia verso la libertà. Ma quando vedono che l’esercito egiziano li insegue soccombono alla paura. Sprecano i loro cuori nella paura perché stanno guardando non verso il futuro ma verso il passato, nella direzione sbagliata. Sono rivolti all’indietro, altrimenti non sarebbero in grado di vedere che cosa viene da dietro. Guardano ciò che li spaventa, il Faraone, le sue forze armate e si bloccano.
Questa paralisi capita anche a noi quando ci fissiamo su ciò che ci spaventa. Sentiamo svanire la nostra forza e ciò ci toglie il coraggio. E sorgono anche in noi le stesse domande di Israele. Sono domande di paura con cui sviluppiamo una visione trasfigurata e smemorata del passato. Allora tutto, anche il terribile passato, ci sembra migliore di quello che ci aspetta.
Ma il racconto biblico ci dice: le paure che sorgono sono domande, non affermazioni. Domande alle quali bisogna rispondere. Le paure che proviamo vogliono metterci in moto. Dobbiamo chiederci: che cosa mi chiede Dio? Come posso far fronte alle mie paure? Cosa dovrei fare?
I racconti biblici danno sempre il consiglio: muoviti! Osa dei passi, vai, cerca nuove strade! Esci e dai un’occhiata! Parti! “Io sono con te”!
