Riflessioni intorno alla Festa del Primo Maggio
L’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. Comincia così la Costituzione. È una sorta di biglietto da visita. Dietro questa affermazione ci sono un principio, un diritto, un dovere, un’etica.
C’è un principio: il lavoro è il fondamento del nostro essere comunità nazionale. C’è di conseguenza un diritto: se il lavoro è fondamentale per la dignità delle cittadine e dei cittadini, il diritto al lavoro deve essere assicurato. C’è un dovere: se il lavoro è il fondamento della nostra comunità nazionale, il principio che regola la nostra società al lavoro e se costituisce un diritto, non ci si può sottrarre a parteciparvi: è un dovere. Ma c’è anche un’etica del lavoro, un termine che per noi protestanti dovrebbe essere familiare. E infine l’etica: secondo la nostra concezione di protestanti il lavoro non è tanto una condanna per l’uomo e la donna scacciati dal Paradiso terrestre, quanto una vocazione, una realizzazione di se stessi nel lavoro in accordo con i principi della fede religiosa. Naturalmente questo non è vero per tutti i tipi di lavoro, non è compatibile con l’alienazione del lavoratore.
Il punto massimo della valorizzazione del lavoro è stato quello delle politiche della piena occupazione. Il grande contributo di John Maynard Keynes alla teoria economica, l’azione dei sindacati, quella politica delle socialdemocrazie e dei laburismi sono state incentrate su questo obiettivo. Nel contempo si assisteva all’affermazione del welfare state, cioè dello stato che si prendeva cura del benessere dei cittadini, come volevano i laboristi del 1945-50, ma anche il piano Beveridge quando parlava dell’assistenza “dalla culla alla tomba”.
La reazione è stata negli anni Ottanta il liberismo di Ronald Reagan e di Margaret Thatcher. Ma è stata soprattutto la globalizzazione che ha messo in crisi le politiche per l’occupazione. La globalizzazione ha promosso le condizioni di vita di centinaia di milioni di persone nel continente asiatico, ma a differenza di quanto pensavano i teorici della terza via, per effetto delle delocalizzazioni e della concorrenza al ribasso sul mercato del lavoro, non ha migliorato le condizioni di vita e di potere delle classi lavoratrici e dei ceti medi dei paesi industrialmente avanzati. Di qui anche gli imponenti spostamenti elettorali che abbiamo conosciuto nel mondo occidentale e l’emergere in termini nuovi di una questione sociale.
In Italia le cifre dell’occupazione hanno dimostrato un recupero, per quanto non sufficiente. Ma troppo larga è la fascia del lavoro povero, quello cioè che non dà autosufficienza economica, mentre l’emigrazione di giovani qualificati verso nazioni con più alti salari dimostra che c’è qualcosa nel meccanismo che non funziona. La questione salariale, problema di giustizia sociale, è diventata anche un problema economico. Bassi salari significano bassi consumi sul mercato interno che quindi influenzano negativamente la crescista.
La guerra del Golfo scatenata da Trump con esiti molto diversi da quelli che egli aveva previsto, costituisce ora una minaccia drammatica per l’economia e quindi per il lavoro. In Italia, comunque, da tempo era necessario che la questione dei salari, la questione del lavoro, dovesse diventare la questione centrale della politica interna italiana. Del resto, è lo stesso governo Meloni oggi ad accorgersene, emanando il suo decreto per il lavoro alla vigilia di questo Primo Maggio. Peraltro, sono le cifre della bassa crescita che confinano l’Italia in una condizione che vincola le possibilità di manovra nel campo della politica economica.
Il 24 aprile la Cgil ha organizzato la sua assemblea dei lavoratori dell’industria, Il segretario della Cgil Maurizio Landini e il presidente di Confindustria Emanuele Orsini vi hanno svolto in pubblico un confronto diretto, con delle inedite convergenze. E sul tema dei salari l’impegno è quello di una contrattazione tra le parti che combatta i cosiddetti contratti-pirata. Per Landini occorre fare un accordo entro l’estate, la volontà tra le parti c’è, a partire anche da Confindustria, e poi “potremmo chiedere al parlamento e al Governo una legge di sostegno per arrivare a un accordo”. Questo invito va raccolto dalle forze politiche.
Parlare di lavoro può quindi portare a un rilancio di quello che un tempo veniva chiamato il “Patto tra i produttori”, intendendo il mondo del lavoro e quello delle imprese? Forse. E in questo caso, forse, avrebbe bisogno di un’etica.
