ArticoliUn pensiero in libertà

Oltre il desiderio

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Un segno caratteristico del nostro tempo è che abbiamo imparato a parlare dei desideri ma stiamo dimenticando il linguaggio del bisogno. Per lungo tempo ci si è interrogati su ciò che è necessario per vivere; oggi ci chiediamo soprattutto che cosa desideriamo. Tutto sembra ruotare attorno ai desideri: il mercato vive suscitandoli, la politica promette di soddisfarli, perfino le chiese rischiano talvolta di proporsi come risposta al desiderio di spiritualità, di emozioni, di appartenenza. Ma i desideri non sono sempre la via che conduce alla vita. Possono rivelare una sete autentica, ma spesso ne nascondono la vera natura.

La Scrittura conosce bene questa differenza. Nel deserto Israele rimpiange le pentole di carne dell’Egitto. Quello è il suo desiderio. Ma il suo bisogno è la fame. Dio non viene incontro al desiderio del popolo; gli dona ciò di cui ha bisogno per vivere: la manna, le quaglie, l’acqua dalla roccia. Eppure il popolo continua a mormorare, perché il bisogno può essere soddisfatto senza che il desiderio si senta appagato.

Questa pagina biblica è una diagnosi della condizione umana. Il problema non è avere desideri, ma il non saper più discernere la vera sete che essi nascondono.

È una confusione che tocca anche il modo di pensare la morale. Oggi siamo spesso portati a credere che la responsabilità nasca quasi esclusivamente dal desiderio suscitato dal volto dell’altro, dall’inquietudine che la sua irriducibile alterità risveglia in noi. È un’intuizione preziosa, che ci impedisce di ridurre l’essere umano alle sole sue necessità. Ma può la giustizia fondarsi sul desiderio?

Il desiderio è instabile. Alcuni volti ci commuovono, altri ci lasciano indifferenti. Alcune sofferenze ci raggiungono, altre scompaiono nel rumore del mondo. Se la responsabilità dipende dall’emozione che proviamo, la giustizia rischia di diventare selettiva.

Il bisogno, invece, possiede un’altra forza. Non chiede emozioni, ma di essere riconosciuto e accolto. Fame e sete sono tali anche quando il volto di chi soffre ci resta sconosciuto o non provoca in noi emozioni. L’esigenza della giustizia nasce dall’universalità del bisogno, non dalla variabilità del desiderio.

Nella parabola del giudizio finale in Matteo 25, Gesù non domanda chi abbia saputo riconoscere in lui il Figlio di Dio. Dice soltanto: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare; ho avuto sete e mi avete dato da bere». E i giusti rispondono: «Quando mai ti abbiamo visto?». Non avevano visto Cristo. Avevano visto un essere umano nel bisogno e vi avevano risposto. Solo dopo scoprono che quel bisogno aveva il volto del Signore.

Nella Scrittura, a prendere in carico il bisogno è la giustizia; il volto dell’altro, che ci interpella, ci impedisce di ridurla a pura amministrazione. La Chiesa deve imparare a discernere, tra i molti desideri che abitano il nostro tempo, la sete autentica dell’essere umano, e indicargli l’acqua che gratuitamente dà vita.

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