Una riflessione sulla Domenica della Trinità
“La grazia del Signor Gesù Cristo e l’amore di Dio e la comunione dello Spirito Santo siano con tutti voi”.
II Corinzi 13, 13
Poche questioni hanno sollevato, nella storia del cristianesimo, polemiche e domande pari a quelle suscitate dal dogma della Trinità. E forse non potrebbe essere diversamente, quando il pensiero umano tenta di indagare e parlare del mistero stesso di Dio. La sua vicenda travagliata non ne ha spesso favorito la comprensione.
D’altra parte, pur con i limiti del linguaggio umano, il cristianesimo si è trovato nella condizione di non poter tacere questo aspetto così centrale dell’Evangelo. Infatti, quando parliamo di Trinità, siamo di fronte al modo in cui il proposito di salvezza di Dio diviene reale.
La chiesa antica non ha elaborato il dogma della Trinità per complicare Dio, o per soddisfare i dubbi umani, ma ha cercato di dare un nome all’esperienza concreta della salvezza che Dio dona. Quindi, prima ancora di essere una formula teologica, la Trinità è stata l’esperienza concreta di chi aveva incontrato in Gesù il volto stesso di Dio e continuava a sentirne la presenza attraverso lo Spirito Santo.
Indiscutibilmente, Dio agisce in maniera distinta, fa sentire la propria presenza nella storia in forme diverse, ma tra loro inseparabili. Gesù Cristo, che confessiamo come Signore e Salvatore, e come Dio egli stesso, ci rivela Dio, Padre e creatore e ci lascia il suo Spirito, presenza vivente di Dio nel tempo di attesa, fino al suo ritorno. La Trinità non fa altro che provare a custodire questa ricchezza dell’azione divina.
Molte polemiche, a questo proposito, hanno accusato il dogma trinitario di minare l’unicità di Dio: in realtà il dogma trinitario si incarica di confermare questa unicità, testimoniando la sua volontà relazionale. L’unicità di Dio non implica mai la sua solitudine.
Il Dio biblico non è una realtà chiusa in sé stessa, immobile e distante, ma un Dio che vive eternamente nella relazione e che proprio per questo crea, parla e salva. La Trinità è Dio con noi e per noi.
Nel Padre, nel Figlio e nello Spirito Santo ci raggiunge la pienezza di Dio. Non si tratta di soggetti diversi che agiscono separatamente, ma dello stesso Dio nell’agire eterno, completo ed efficace.
Dio è uno e trino affinché nessuna distanza rimanga tra noi e Lui: in Cristo entra nella storia, nella nostra carne, fino ai luoghi più oscuri dell’esistenza umana, attraversando le fragilità, il dolore, perfino la morte; per mezzo dello Spirito dimora nella nostra interiorità, consolandoci e accompagnandoci sempre. Questo movimento, continuo e totale, ci assicura la sua costante presenza al nostro fianco, in ogni modo possibile.
Allora la Trinità diventa veramente il linguaggio con cui Dio ci parla, e quello con cui noi possiamo credibilmente proporre al mondo questo Evangelo. Questo annuncio può rivelarsi a volte complesso, non è sempre lineare. Possiamo forse non comprendere tutto della modalità in cui Dio si rivela e agisce.
Forse la Trinità ci conduce proprio qui: non alla pretesa di spiegare completamente Dio, ma alla fiducia di poter vivere alla sua presenza e lasciarci raggiungere dalla sua opera di salvezza.
Diceva Lutero, in un sermone per la Domenica della Trinità: “io so molto bene che in Dio vi sono il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo; ma come essi possano essere uno, non lo so, né devo saperlo”. Quel che però sappiamo è che se la Trinità non elimina il mistero di Dio, ci assicura che questo mistero ha un volto rivolto verso di noi. Non potremmo ricevere dono e consolazione più grande.
