La terra è di Dio e non una preda da spartire tra i più forti
«Le terre non si venderanno per sempre; perché la terra è mia, e voi state da me come forestieri e inquilini». Levitico 25:23
Nel cuore del Libro del Levitico troviamo un’affermazione che ribalta radicalmente la nostra idea di proprietà e cittadinanza. Dio non si limita a dare indicazioni etiche, ma pone un sigillo definitivo sulla materia che più di ogni altra ha generato sangue nella storia umana: il suolo. «La terra è mia», dice il Signore.
Questa non è una sottigliezza teologica, ma un grido di liberazione e, al tempo stesso, un severo monito. Se la terra appartiene a Dio, allora ogni pretesa umana di possesso assoluto è un’usurpazione. Quando i confini diventano muri invalicabili, quando nazioni e imperi si scontrano per strapparsi un lembo di territorio, stiamo in realtà tentando di rubare a Dio ciò che Egli ha destinato alla vita e non al dominio.
La Scrittura ci definisce «forestieri e inquilini». È una condizione che stride con il nostro desiderio di sicurezza e di radicamento identitario. Eppure, riconoscerci ospiti è l’unico modo per disarmare i conflitti. La guerra per la terra nasce dall’illusione che il possesso di un confine possa definire il nostro valore o la nostra sopravvivenza. Ma l’idolatria del confine produce solo desolazione: chi recinge il proprio giardino con la violenza finisce per trasformarlo in una prigione o in un cimitero.
Siamo chiamati ad abitare il mondo con la leggerezza del pellegrino. Se la terra è di Dio, allora essa è una casa aperta, un dono da amministrare con giustizia e non una preda da spartire tra i più forti. Per questo dobbiamo chiederci: i confini che tracciamo nel nostro cuore e nelle nostre società servono a proteggere la vita o a escludere il legittimo proprietario, cioè Dio, che si manifesta nel volto dell’altro forestiero? Riconoscere che non possediamo nulla è il primo passo verso la pace.
