Gesù è un porto sicuro quando ci troviamo in mare aperto
«Noi che ci siamo rifugiati in lui abbiamo un forte incoraggiamento nell’afferrare la speranza che ci è posta davanti. Essa è per noi come un’àncora dell’anima, sicura e salda, e penetra fin oltre la cortina».
Ebrei 6,18b-20a
Sopraggiunge un momento, nella vita di ciascuno, in cui ci si accorge di essere in mare aperto senza averlo deciso: una diagnosi, una perdita improvvisa, una notte in cui il pavimento sotto i piedi non regge più come reggeva ieri. In quei momenti si scopre quanto poco valgano le àncore che credevamo solide — un lavoro, una relazione, un’immagine di sé — perché tutte affondano solo fino a dove arriva la nostra vista, e il fondale si trova più in profondità.
La lettera agli Ebrei parla di un’altra àncora, che non tocca il fondo visibile del mare ma passa oltre la cortina, in un luogo che non possiamo raggiungere con gli occhi; eppure, regge davvero il peso intero della barca. È un’immagine quasi scandalosa: sperare in qualcosa che non si vede come garanzia di ciò che si vive ogni singolo giorno, tra fatture e appuntamenti. Ma è proprio l’invisibilità del punto d’aggancio a renderlo stabile: se dipendesse dalle circostanze, si muoverebbe insieme a esse, e cederebbe quando servirebbe di più.
Rifugiarsi non è dunque fuggire la tempesta: è lasciare che qualcosa, fuori dalla tempesta, tenga ferma la corda, mentre le onde continuano, per ora, a fare il loro mestiere sopra la nostra testa. La barca oscilla lo stesso, e lo scafo scricchiola, ma non va alla deriva, perché l’altro capo della fune è già ormeggiato dove nessuna onda arriva. La nostra àncora sicura: Gesù.
