La rubrica “Cristiani nel mondo” del pastore Luca Maria Negro
Questo mese il nostro viaggio attraverso le comunità cristiane del mondo fa tappa nella Repubblica Democratica del Congo: un grande paese africano (il secondo del continente, dopo l’Algeria) con oltre cento milioni di abitanti, di cui in Italia si parla troppo poco e spesso solo in maniera negativa: per i sanguinosi conflitti interni (le secessioni del Katanga e di altre province nei primi anni ’60, la dittatura di Mobutu, le guerre del 1997 e 1998, e più recentemente la guerra nel Kivu, al confine con il Ruanda) e per l’epidemia di Ebola.
Pochi sanno che il Congo Kinshasa (lo si chiama a volte così, dal nome della capitale, per distinguerlo dal Congo ex francese che ha per capitale Brazzaville) è anche uno dei paesi più cristiani dell’Africa, con più del 95% della popolazione. In effetti il cristianesimo ha una lunga storia nel paese, perché risale addirittura alla fine del XV secolo, con la conversione al cristianesimo di uno dei re locali, re Nzinga, nel 1491.
E pochi sanno che, pur essendo stato colonia di un paese cattolico (il Belgio), i protestanti sono attualmente la prima confessione: secondo il Rapporto internazionale 2020 sulla libertà religiosa, rappresentano il 48,1% della popolazione, seguiti a ruota, naturalmente, dalla Chiesa cattolica con il 47,3%.
La principale organizzazione protestante è la Chiesa di Cristo nel Congo (église du Christ au Congo, ECC), in realtà una federazione o unione che raggruppa un centinaio di comunità di diversa denominazione e delle diverse aree geografiche del paese. Della Chiesa di Cristo nel Congo fanno parte anglicani, battisti, luterani, mennoniti, metodisti, pentecostali e riformati. Il presidente attuale è il pastore e teologo battista André Bokundoa Bo-Likabe, che è stato anche vicepresidente dell’Alleanza mondiale battista. L’ECC gestisce numerose istituzioni sanitarie e soprattutto scolastiche: attualmente ben 34.528 scuole protestanti in tutto il paese. L’Università Protestante nel Congo è uno degli atenei più prestigiosi.
“La Chiesa di Cristo nel Congo – spiega il pastore valdese Jean-Félix Kamba Nzolo, originario della Repubblica Democratica del Congo – è uno dei più antichi esempi di unione di chiese protestanti non solo in Africa, ma nel mondo. Costituita ufficialmente nel 1924, la sua presenza risale al 1902 quando i vari missionari protestanti decisero di unire le loro forze, anche a causa delle difficoltà di rapporti con le autorità coloniali. Oggi rappresenta un significativo esperimento di unità nella diversità”.
L’ECC e la Chiesa cattolica hanno svolto un ruolo importante nel ritorno alla democrazia nei primi anni ’90, “nell’ambito della Conferenza nazionale sovrana che ha portato alla democratizzazione delle istituzioni”, spiega ancora Kamba Nzolo, “e continuano ad impegnarsi nella vita sociale del paese con proposte per la riconciliazione e la buona convivenza anche nella zona di conflitto dell’est del Congo”.
Un’altra denominazione del Congo che va ricordata, ma non fa parte dell’ECC, è la Chiesa kimbanguista, una comunità “indigena” molto numerosa (e diffusa anche in altri paesi della regione) nata nei primi anni ’20 del ‘900 dalla predicazione del “profeta” Simon Kimbangu, che fu perseguitato dalle autorità belghe e passò trent’anni in prigione. I rapporti con il movimento ecumenico sono stati buoni per anni: la “Chiesa di Gesù Cristo sulla terra attraverso il suo inviato speciale Simon Kimbangu” (questo il suo nome ufficiale) era entrata nel Consiglio ecumenico delle chiese (CEC) nel 1969, ma negli anni 2000 la dottrina della Chiesa è cambiata, con l’affermazione che Simon Kimbangu era l’incarnazione dello Spirito Santo, e i suoi tre figli rappresentavano la Trinità in terra. Così nel 2021 il CEC si è visto costretto ad escludere i kimbanguisti. Una decisione presa a malincuore, anche perché Simon Kimbangu e i suoi seguaci hanno rappresentato un significativo esempio di resistenza nonviolenta al colonialismo.
