La vera fede non è mai uno scudo per il potere né un sigillo di approvazione sulle ossessioni dei leader
Ha fatto il giro del mondo l’immagine scattata nello Studio Ovale: il presidente degli Stati Uniti chino in preghiera, mentre un gruppo di pastori evangelici gli impone le mani. Più che un atto istituzionale, la scena evoca un rito di consacrazione, una sacralizzazione pubblica del potere politico. Traspare la ricerca di una legittimazione che supera la semplice delega democratica per approdare a un mandato percepito come sovrannaturale, a un destino ineluttabile.
La memoria corre a una pagina cruciale del Moby Dick di Herman Melville. Il capitano Achab che convoca l’equipaggio della baleniera attorno alla forgia, chiedendo ai marinai di versare il proprio sangue sulle punte incandescenti delle fiocine per temprarle, non sta semplicemente preparando delle armi. Con parole che suonano come una liturgia perversa, Achab trasforma la caccia alla balena bianca in una missione assoluta, in una vendetta elevata a destino collettivo.
Le due scene si rassomigliano nel clima spirituale che le avvolge. In entrambi i casi, chi è al potere si appropria del linguaggio del sacro per colmare un immenso vuoto. Melville suggerisce che la furia di Achab non nasca soltanto dalla gamba perduta: quella mutilazione è il simbolo di un’anima dilaniata da un intimo male che la divora e che il capitano tenta invano di espellere proiettandolo allʼesterno – sulla balena.
Quando la politica assume i toni della missione assoluta, e una ferita personale o nazionale viene trasformata in programma di governo, il rischio è che l’ossessione di uno, o di un gruppo di invasati, diventi la condanna di tutti. Lo si vede negli eccessi messianici della politica americana, ma anche nella sorda furia omicida che sembra guidare, fra le altre, l’attuale leadership israeliana.
Il monito di Melville resta urgente: quando la vendetta si traveste da provvidenza, la benedizione pronunciata sul potere non salva la nave ma sigilla il patto che porterà tutti, capitano ed equipaggio, alla catastrofe. Oggi però le democrazie hanno ancora la possibilità – e il dovere! – di opporsi alla deriva e correggere la rotta.
La vera fede non è mai uno scudo per il potere né un sigillo di approvazione sulle ossessioni dei leader. È il coraggio profetico di ricordare a ogni Achab che la balena bianca non è il male assoluto da abbattere a ogni costo, ma è spesso lo specchio del male che dimora in noi. Ed è il coraggio di tenere la rotta della giustizia e della pace, anche quando non sono in vista vittorie immediate né glorie terrene.
