La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale
Ciò che sta avvenendo in questi mesi a proposito degli Stati Uniti riguardo alla loro politica estera (bombardamenti in Iran, attacco al Venezuela, pretesa di “acquisto” della Groenlandia) e a quella interna (utilizzo massiccio e indiscriminato di forze militari speciali, in particolare nello Stato del Minnesota), pone vari interrogativi sulla giustizia che un ordinamento formalmente democratico può garantire ai cittadini. Giustizia, rispetto a cosa? Secondo quali criteri?
La giustizia viene talvolta identificata semplicisticamente con le leggi in vigore, cioè intesa come “legalità”: giusto sarebbe ciò che è legale, che non infrange le leggi correttamente stabilite. Ciò presuppone però che le leggi siano a loro volta giuste, che non lascino scoperti determinati ambiti di azione, e che viga un controllo della legalità e la repressione dellʼillegalità. Inoltre le leggi possono anche essere giuste, ma quando la sensibilità generale cambia e alcune di esse non vengono più sentite come degne di rispetto (e ciò talvolta accade nel corso del tempo), perdono forza e finiscono per essere infrante, mentre le pene per lʼinfrazione vengono applicate con sempre meno convinzione. Si produce allora, nel sentire diffuso, uno scollamento fra legalità e “legittimità”.
Politici nostrani del recente passato sostenevano che quando le tasse sono troppo alte (chi debba stabilirlo e come, non è chiaro…) diventa “legittimo” non pagarle. Pagare le tasse è obbligatorio per legge, non farlo è illegale, eppure tale illegalità tendeva a essere sentita come legittima. Quando ciò accade, entra in questione se la legge sia giusta: una legge può anche essere giusta in astratto, ma se di fatto è sentita come ingiusta e perde il consenso generale della popolazione, finisce per diventare inefficace e la sua applicazione è percepita illegittima.
Lo stesso avviene con le norme del diritto internazionale: se non sono rispettate e fatte valere dalle maggiori potenze mondiali, diventano inefficaci. Lʼattuale amministrazione statunitense, ritirandosi dalla gran parte delle istituzioni di diritto internazionale, le rende di fatto impotenti, tendendo a far apparire le loro risoluzioni come illegittime semplicemente perché prive di forza. Da strumento obbediente al diritto, la forza ne diviene addirittura fondamento (ecco la perversione!), perché quando la legittimità si svincola del tutto da ogni chiaro principio legale e da sentimenti morali condivisi, a darle sostanza resta solo la legge del più forte.
