Un ricordo di Enzo Bianchi
Pubblichiamo questo ricordo di Enzo Bianchi alla luce dell’interlocuzione che egli ha intrattenuto, nel corso degli anni, con la Chiesa evangelica valdese – Unione delle chiese metodiste e valdesi
Mentirei se dicessi che la morte di Enzo Bianchi mi ha colto di sorpresa. Ho avuto la fortuna, nel giugno scorso a Torre Pellice, nell’ambito del Festival “Una Torre di libri”, di dialogare con lui intorno ai temi portanti del suo pensiero. Nonostante la brillantezza della sua mente e la vivacità dello spirito, erano palesi la sua stanchezza e il suo abbattimento fisico. Si capiva che resisteva come si resiste alla morte perché come scriveva Franco Fortini, e credo sia valso anche per Bianchi, “si muore sempre bestemmiando”.
Ho sempre considerato Enzo Bianchi un maestro: a lungo ho sostato e sosto ancora oggi dinanzi alle sue parole che sono per me fonte di ispirazione, di invito all’approfondimento, di sguardo obliquo sul reale. Numerosi sono infatti i libri da lui pubblicati, profondamenti intrisi di spiritualità cristiana e del dialogo della Chiesa con il mondo contemporaneo. Ma non posso non nominare anche la sua attività di pubblicista di tematiche religiose e di attualità contemporanea per diversi quotidiani.
Fondatore della Comunità monastica di Bose, di cui è stato Priore fino al 2017, negli ultimi anni ha vissuto alla Casa della Madia, in un casolare in aperta campagna ad Albiano d’Ivrea, dove con altri fratelli e sorelle ha fondato una nuova fraternità in cui condividere stabilmente la vita, il lavoro e la preghiera comune. Un luogo che per chi scrive è stato accogliente e prezioso sia per la propria vita spirituale, per la propria pietà personale, sia per l’esercizio del pensiero.
Del resto una delle più grandi qualità di Enzo Bianchi credo sia stata proprio la sua capacità di favorire delle esperienze comunitarie tra le più vitali del cristianesimo contemporaneo. Esperienze in cui c’è stato spazio per lo studio della Bibbia, per la ricerca spirituale, per il confronto autentico con la cultura laica, per il dialogo ecumenico e interreligioso, per il rinnovamento liturgico. Atei, credenti, laici, agnostici: c’era spazio per tutti perché i luoghi abitati da Bianchi sapevano essere generativi, erano animati dal desiderio, desiderio inteso come vocazione, forza trasformativa, spinta: una forza che apre le porte, allarga l’orizzonte del nostro mondo; insomma ciò che dà senso alla vita.
Questo fratello in Cristo è stato soprattutto un prezioso testimone. Testimone di come non si debba mai smettere di credere nell’umanità, nella misericordia, in Gesù Cristo. Senza vanti particolari ma ponendosi sempre tra gli uomini e le donne con l’umiltà di chi sa ascoltare e interrogarsi, talvolta mettendo in comune le proprie fragilità di umana creatura.
Oggi ci rendiamo sempre più conto che non basta credere ma che occorre saper comunicare perché si crede e ciò in cui si crede. Bianchi sapeva farlo. La sua fede non era mai impigrita, rassegnata, apatica ma continuava a scandalizzarsi per il messaggio dirompente di Gesù che infatti resta un fatto sbalorditivo, una follia che nessuna liturgia o teologia può addomesticare. Questo messaggio di follia evangelica era colto da Bianchi in tutta la sua radicalità.
In un’intervista che gli feci qualche anno fa, egli ricordava come Dio fosse ormai un termine equivoco, ambiguo, che non interessa più le nuove generazioni. Un termine che molti legavano al terrorismo, all’intolleranza, alle religioni istituzionali verso le quali non c’è più appartenenza. Allora Bianchi invitava a cercare innanzitutto Gesù, passare attraverso l’umanità di Gesù perché fuori di lui ci sono gli dèi, c’è il Dio delle religioni, della filosofia: ma il nostro Dio è quello raccontato, anzi incarnato, da Gesù Cristo. Per questo e molto altro continueremo ad essergli riconoscenti.
