ArticoliUn pensiero in libertà

Il sogno a occhi aperti che trasforma il presente

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

C’è un’immagine che ritorna leggendo Ernst Bloch: quella del “non-ancora”. Il mondo, per Bloch, non è mai finito. Nemmeno quando sembra precipitare. Nemmeno quando la storia sembra richiudersi su sé stessa come una porta blindata. Il filosofo insiste sull’idea che la realtà non sia qualcosa di statico o ripetitivo, ma un processo aperto, incompiuto, attraversato da possibilità ancora invisibili.

Guardandoci attorno oggi, è difficile sottrarsi a un senso di angoscia. Le guerre si moltiplicano come incendi in una stagione di siccità morale. Il linguaggio pubblico si è fatto brutale, militaresco, vendicativo. Leader che fino a pochi anni fa sarebbero stati confinati ai margini della politica, oggi parlano come padroni del mondo. Si invocano muri, riarmi, deportazioni, identità etniche e nazionali da difendere contro qualcuno. Sempre contro qualcuno. La paura diventa il principale carburante elettorale.

Proprio ora Bloch, con la sua filosofia della “speranza”, tornerebbe necessario. Non per consolarci con un ottimismo ingenuo, ma per impedirci di scambiare il presente con il destino. I reazionari vincono quando riescono a convincerci che nulla possa essere diverso. Che la guerra sia inevitabile. Che la disuguaglianza sia moralmente giusta. Che l’essere umano sia condannato all’egoismo e alla violenza. Bloch, al contrario, vedeva nella storia un materiale ancora caldo, non raffreddato una volta per tutte, che può esser trasformato. Parlava di una realtà “in cammino”, di un mondo che reca in sé possibilità non compiute.

L’odierno clima culturale pare dominato dalla rassegnazione. Si ha quasi pudore a pronunciare parole come pace, solidarietà, giustizia sociale. Sembrano residui utopistici del Novecento. Al loro posto trionfano sicurezza, sovranità, profitto, deterrenza. Ma ogni epoca che ha preparato catastrofi, ancor prima delle armi ha avuto una lunga educazione al cinismo.

Forse la speranza sta proprio nel custodire quella che Bloch definisce l’“immaginazione morale”: il sogno a occhi aperti che trasforma il presente. La speranza non è attesa passiva, ma pratica concreta dello sguardo. Riconoscere nel presente le tracce del futuro possibile, traducendo l’attesa in azione politica e sociale. Riconoscere, anche dentro le macerie, ciò che ancora può nascere. È, questa, un’ostinata fedeltà all’idea che l’umano non coincida con il peggio che produce.

L’evangelo insegna che il Regno di Dio cresce come un seme nascosto, quasi invisibile, capace però di attraversare la storia e di vincerla, senza mai identificarsi col potere costituito. In tempi di nazionalismi armati, democrazie impaurite e cultura del tutto e subito, la speranza attiva può rivelarsi un’invincibile forma di resistenza.

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