ArticoliUn pensiero in libertà

Il senso della storia

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Ogni epoca storica sembra sollecitata dagli eventi a rispondere alla stessa domanda: dove sta andando la storia?

Per qualche secolo l’Occidente fu convinto di saperlo. Con l’Illuminismo e la modernità si diffuse l’idea che il cammino dell’umanità coincidesse con un costante progresso verso condizioni di vita più giuste, più libere e più umane. Anche Kant, pur con estrema prudenza, riteneva ragionevole sperare che il genere umano fosse orientato verso il meglio.

Oggi quella fiducia appare incrinata. Le guerre continuano, i nazionalismi riemergono, i diritti che sembravano acquisiti vengono rimessi in discussione, le istituzioni internazionali mostrano tutta la loro fragilità. Ma il cambiamento più profondo riguarda il modo in cui pensiamo l’essere umano.

Siamo ancora convinti che ogni persona possieda una dignità intrinseca? Oppure i diritti, la libertà e l’uguaglianza sono soltanto costruzioni storiche, utili finché funzionano e trascurabili quando non servono più?

Nietzsche aveva intuito il problema. Dietro gl’ideali morali vedeva all’opera una forza più elementare: la volontà di potenza. La storia non sarebbe il progressivo realizzarsi del bene, ma il confronto fra diverse forme di affermazione della vita. In questa prospettiva, il progresso morale cede il posto all’incremento della potenza.

Kant e Nietzsche paiono opposti, eppure condividono qualcosa: cercano il senso della storia a partire da ciò che considerano l’essenza dell’uomo – per l’uno la ragione e il dovere morale, per l’altro la volontà di potenza.

Ma il senso della storia risiede davvero nell’essere umano?

Quando Dio dice a Mosè: «Io sono colui che sono» (Esodo 3,14), il fondamento non sta nell’uomo, ma nell’essere stesso di Dio. Anche il salmista domanda: «Che cos’è l’uomo perché tu (Dio) lo ricordi?» (Salmo 8,4). Il significato ultimo sta in un Altro, non in noi.

Se il senso della storia dipende dalle nostre idee di progresso, ogni crisi rischia di trasformarsi in una smentita. Se dipende dalla capacità di affermarci, il più forte avrà sempre ragione. Ma se quel senso non coincide mai con ciò che l’uomo è, allora non risiede nel successo, né nella potenza, né nella nostra idea di moralità.

La fede cristiana non promette un continuo avanzamento della civiltà: la croce di Cristo mette in crisi ogni ottimismo storico. Ci ricorda che la verità può essere sconfitta, la giustizia calpestata e l’innocente condannato. Eppure proprio lì, dove ogni idea di progresso sembra fallire, Dio continua a operare per la salvezza.

Forse il senso della storia risiede nel fatto che, nelle vicende umane, resta aperto uno spazio nel quale verità, giustizia e amore possono manifestarsi. Non perché tale spazio sia garantito dalla storia o dalla ragione, ma perché un Altro lo tiene aperto per noi.

In tempi in cui il futuro appare sempre più oscuro, vi è ancora una possibilità di agire in speranza: non perché convinti che l’umanità migliorerà necessariamente, ma confidando che il significato ultimo della storia è già in buone mani, sebbene non in quelle umane.

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