ArticoliUn pensiero in libertà

Il mondo ha ancora bisogno di noi?

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Il 6 e il 9 agosto 1945 non segnano soltanto la conclusione della Seconda guerra mondiale. Con Hiroshima e Nagasaki accade qualcosa di più profondo: l’umanità prende coscienza, per la prima volta nella sua storia, della concreta possibilità della propria fine complessiva.

Non della morte di singoli individui o della caduta di una civiltà, di un popolo o di un impero, come tante volte era accaduto nel passato. E nemmeno della fine del mondo come compimento di un disegno trascendente. Con l’arma atomica, la possibilità dell’annientamento diventa una possibilità tecnica. Da quel momento l’umanità sa che la propria esistenza collettiva non è garantita. Potrebbe non esserci un domani. Non per decreto divino, ma per errore, incidente, calcolo sbagliato o follia politica.

Molti pensatori del secondo Novecento hanno colto la portata di questa svolta. Günther Anders parlò del divario tra la nostra capacità di produrre e quella di immaginare le conseguenze di ciò che produciamo: siamo diventati ben più potenti di quanto siamo capaci di comprendere. Hans Jonas vide nella tecnica una forza in grado di incidere sul destino della biosfera e formulò il suo imperativo etico: agire in modo che le conseguenze delle nostre azioni siano compatibili con la permanenza di una vita autenticamente umana sulla Terra.

L’esito più radicale di questa presa di coscienza è però un altro: si incrina l’antica convinzione secondo cui l’essere umano sarebbe la misura di tutte le cose.

Per secoli l’Occidente ha pensato come centro del mondo l’essere umano, nel quale pareva concentrarsi il significato stesso della realtà. Ma la possibilità dell’autodistruzione globale introduce un dubbio radicale: e se il mondo, per continuare a esistere, non avesse affatto bisogno di noi?

Le riflessioni sull’emergenza climatica e sulla fragilità degli ecosistemi hanno approfondito questa domanda. La specie umana può scomparire non solo per effetto della propria potenza distruttiva, ma anche perché le condizioni che ne rendono possibile l’esistenza non sono eterne. L’uomo non sembra più il sovrano del reale, ma una fra le svariate forme della vita: un ospite provvisorio della Terra – oggi potente, ma caduco.

Una canzone scritta da un giovanissimo Francesco Guccini coglieva bene la questione: Noi non ci saremo. Il mondo continuerà il proprio cammino. Noi, forse, no.

Questa consapevolezza può apparire desolante. Se l’uomo non è il centro, quale significato conserva la sua esistenza?

Forse la domanda nasce da un equivoco: abbiamo identificato troppo a lungo il significato con la centralità.

La fede biblica suggerisce una prospettiva diversa. L’essere umano vale non perché occupa il centro dell’universo, ma perché è chiamato da Dio. Non perché sia il fondamento del mondo, ma perché destinatario di una relazione. I testi biblici lo presentano come creatura: amata da Dio, chiamata alla responsabilità, ma pur sempre fragile e mortale.

L’universo non coincide con l’umanità, e Dio non coincide con l’universo. Tra queste due verità si apre lo spazio della responsabilità. Sapere che il nostro futuro sulla Terra non è garantito ci rende più consapevoli del valore di ciò che esiste e della sua irripetibilità.

La vera lezione dell’agosto 1945 è che l’umanità è abbastanza potente da distruggere se stessa ma è lontanissima dall’essere il fondamento del mondo. Riconoscere questo limite può essere il primo passo verso una saggezza di cui abbiamo oggi più bisogno che mai.

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