La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco di Pasquale
In un’epoca di appartenenze urlate e identità blindate, il pensiero del teologo e filosofo Paul Tillich torna a interrogarci con forza sorprendentemente attuale. La sua critica al “Dio come ente supremo” non nasceva da un rifiuto della fede, ma dal tentativo di salvarla dalla riduzione ideologica.
Nel tempo presente, pervaso da nazionalismi religiosi e nuove forme di fanatismo politico, la fede è spesso piegata a bandiera identitaria: Dio è invocato per delimitare confini, giustificare esclusioni, legittimare leadership autoritarie. Persino in Europa la religione riaffiora come simbolo di appartenenza più che come cammino spirituale.
Ora, rileva Tillich, quando Dio diventa un ente fra gli enti, una cosa fra le cose, in forma di soggetto onnipotente che pretende cieca obbedienza e sottomissione a verità preconfezionate, la fede smette di essere ricerca di senso. Trasformata in apparato di controllo, non è più capace di parlare all’inquietudine umana. Di fronte a questo, l’ateismo moderno non cancella necessariamente la possibilità della fede: spesso va soltanto a distruggere gli idoli.
Tillich invita ad abitare il dubbio. Per lui la fede non è una funzione della vita fra le altre, ma ciò che orienta l’essere umano verso l’incondizionato. È un movimento interiore che nasce dalle domande radicali: chi siamo? Cosa sostiene il nostro coraggio nell’angoscia di scoprirci esseri finiti? Come accettare i limiti della nostra condizione senza venirne schiacciati? La fede, per Tillich, non consiste nel possesso di formule definitive, ma nella disponibilità a lasciarsi mettere in questione da quell’incondizionato che sostiene la vita e le offre senso. Il “coraggio di essere” di cui parla Tillich nasce dall’esperienza della grazia. È l’“accettazione di essere accettati” – accettati da quella profondità dell’essere che ci sostiene pur nella nostra fragilità.
È uno dei punti più liberanti del suo pensiero: Dio non come soluzione che chiude il discorso, ma come profondità che lo apre. Una profondità che non elimina il conflitto né la pluralità, ma riconosce valore anche al confronto e alle domande controverse. Il tradizionalismo irrigidito teme le domande radicali, che lo obbligherebbero a mettersi in discussione. Una comunità viva invece non teme il confronto: vi si espone.
A parlare davvero all’umanità odierna non è chi riesuma nostalgicamente il passato, ma chi è capace di ascoltare le inquietudini del presente: la solitudine diffusa, la crisi ecologica, la fatica democratica, il bisogno di relazioni autentiche. Oggi più che mai, la spiritualità ha bisogno meno di certezze gridate e più di profondità condivisa. Meno di identità armate e più di quel “coraggio di essere” che Tillich vedeva nascere dal contatto con il fondamento stesso della vita.
