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Il battesimo nella vita di fede

Il convegno di Ecumene ha riunito persone provenienti delle chiese battiste, metodiste e valdesi

Un conto è l’importanza dei titoli, chiamati a essere chiari ed essenziali, a maggior ragione se mutuati dalla Bibbia; ma poi la tematica fa i conti con le implicazioni umane, di ogni persona e collettive, che animano gli incontri di studio fra membri e rappresentanti di chiese, e, se funziona, ciò si traduce nella nascita di nuovi accenti ed entusiasmi. Un solo Dio, una sola fede, un solo battesimo (Ecumene, 17-19 aprile) era certamente inteso come una tappa da compiere, come indicato dall’Assemblea/Sinodo del 2022, con la finalità di «porre le basi per trovare un accordo sul reciproco riconoscimento del battesimo e che affronti i nodi rimasti irrisolti dai precedenti documenti BMV». Le persone presenti (pastore e pastori, membri di chiesa) ne erano ben consapevoli: la strada della comunione fra denominazioni diverse è un obiettivo a cui tendere sempre, perché nell’individuazione e nell’approfondimento dei temi si cerca di fare la volontà del Signore, e questo vuol dire interrogarsi non solo su elementi storici, concetti teologici e formulazioni ecclesiologiche, ma anche interrogare sé stessi. Bello e produttivo, fra l’altro, l’apporto dato dagli studenti e dalle studentesse della Facoltà di Teologia.

L’accoglienza a cena e l’illustrazione del programma, che hanno preceduto la lettura ad alta voce del documento redatto dalla Commissione organizzatrice BMV, hanno fatto capire che forse si sarebbe andati più in là; e d’altra parte la rispondenza da parte delle chiese, con iscrizioni giunte ancora “sul filo di lana”, testimoniava l’interesse e la voglia di discutere, in questo caso non per assumere delle decisioni, ma nel tentativo di fare insieme un passo in più.

Un intento che veniva chiarito alla fine del primo capitolo del documento: «individuare convergenze sostanziali sulla teologia e sulla prassi battesimale delle nostre chiese». Perché, è stato detto, non si tratta di fissare delle norme di comportamento, o di scrivere degli accordi teologici: si tratta di portare qualcosa di nuovo nella vita delle nostre chiese, il cui assetto e la cui vita sono profondamente cambiati nel corso dei 35 anni che ci separano dalla Assemblea/Sinodo del 1990 che per prima, pose le basi per il reciproco riconoscimento tra le chiese battiste, metodiste e valdesi. Vita, appunto, da vivere tutti i giorni nella fede.

La base alla discussione era stata fornita dalle due relazioni di Tony Peck, segretario generale della Federazione battista europea negli anni 2004-2021, e di Mario Fischer, verso la fine del mandato di segretario della Comunione di chiese protestanti in Europa (Ccpe). Quest’ultimo ha fornito ai partecipanti un quadro molto dettagliato dei principali “dialoghi” che, a livello di Chiese e comunioni di chiese, si sono svolti in Europa, negli ultimi decenni, sullo stesso tema: così il testo italiano del 1990 è stato accostato al dialogo tra Federazione battista europea e Comunione di Chiese protestanti in Europa (2004-2010); o al Balubag (Gruppo di lavoro luterano-battista bavarese – 2009) e ancora al dialogo fra luterani e battisti in Germania che si è svolto dal 2017 al 2023 al fine di «sviluppare un modello di comunione ecclesiale che fosse possibile nonostante le differenze nella comprensione del battesimo». Dunque, il nostro caso, che coinvolge piccole chiese in Italia minoritarie, si colloca autorevolmente in una problematica di più ampia portata, a conferma dell’importanza del tema.

«Prima di poter compiere passi concreti, è necessario costruire rapporti di fiducia e amicizia», aveva detto Tony Peck nel suo intervento, portando poi l’attenzione sul fatto che «lo scenario è in costante mutamento, certamente in Europa occidentale. Ci troviamo in un’Europa secolare e in un’era post-denominazionale». Cambiano, così, anche le nostre piccole chiese, e per questo si è reso a maggior ragione necessario discernere quali sfumature siano legate alla teologia, quali all’ecclesiologia e quali alla sociologia dell’ambiente esterno. In un certo senso, si potrebbe dire, la “questione battesimo” serve come cartina al tornasole anche per tenere d’occhio lo stato e la vitalità di questa nostra realtà.

Il convegno ha poi lavorato in gruppi, collegati ognuno a un capitolo del testo del documento. Ne è emersa – e non avrebbe potuto essere altrimenti – una grande varietà, non solo di convinzioni (l’aspetto che era più facilmente prevedibile), ma anche di toni, di accenti, di passione. Una passione non solo e non tanto identitaria; la passione innanzitutto per l’Evangelo e per il desiderio di vivere nella sua traccia; il giusto amore, però, anche per la propria chiesa, ambiente che ci ha accolti e accolte e in cui crescere, dove cercar di fare, con gli altri e le altre, la volontà di quel Signore che ci chiama. Al di là delle concezioni che hanno ognuna la propria storia, il battesimo è emerso, negli interventi sia di parte battista sia di parte metodista/valdese, come un evento che per la comunità è festa, è testimonianza concreta: che sia quella di una persona adulta ovvero quella dei genitori di un infante. Finché le chiese vivranno queste occasioni con gioia, daranno bei segnali di sé, anche a quella società sempre più fredda che le circonda, nella consapevolezza che «Lo Spirito che opera durante tutto il cammino che conduce al discepolato – si dice nel testo – opera in maniera puntuale nel battesimo d’acqua, rendendo visibile quanto l’apostolo Paolo afferma: “Non sono più io che vivo ma Cristo vive in me” (Galati 2, 20)».

Le osservazioni da parte dei gruppi hanno dato vita agli ultimi interventi al testo, nella ricerca di della maggiore chiarezza terminologica, soprattutto là dove le diverse tradizioni indicano diversamente la via che porta a diventare “membro di chiesa”, il modo di intendere che cosa sia “chiesa confessante” oggi. Senza dimenticare la consapevolezza pastorale di dover conciliare dei “punti fermi” dottrinali con il vissuto delle persone, che oggi si accostano alle nostre realtà giungendo da percorsi diverse e a volte assai sofferti.

Il culto finale non è stato un semplice momento liturgico collegato a testi biblici in tema (pur fortemente pregnanti, come quello di Ezechiele 36, 24-25), ma ha collocato questi ultimi e gli inni cantati con emozione, sullo sfondo della consapevolezza comune di essere stati partecipi in tutte le fasi del lavoro. Lavoro che naturalmente non è terminato: ora il documento, che pubblicheremo nelle prossime settimane con altri testi di riferimento, prenderà la sua strada per le assemblee che decideranno se e come assumerlo, come è prassi nelle nostre chiese. E anche questa procedura è un messaggio che diamo all’esterno.

Foto di Pietro Romeo

Tratto da Riforma.it

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