La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale
Si sente dire talvolta che viviamo nell’epoca del relativismo e del dubbio. Non ne sono convinto. Il dubbio autentico nasce dal desiderio di distinguere il vero dal falso e presuppone che la verità sia rilevante. La nostra epoca sembra piuttosto caratterizzata da una crescente indifferenza verso la verità. La domanda: “È vero?”, viene spesso sostituita da domande come: “Funziona?”, “Convince?”, “Dà risultati?”. Se la verità producesse profitto avrebbe probabilmente molti più cercatori e sostenitori.
Eppure non tutto viene relativizzato. Vi sono realtà nelle quali crediamo con una fiducia pressoché assoluta. Una di queste è il denaro. Sappiamo che il suo valore è convenzionale e tuttavia attorno a esso organizziamo la nostra esistenza. Lavoriamo, programmiamo il futuro, misuriamo il successo e spesso il valore delle persone secondo ciò che il denaro rappresenta.
Qualcosa di simile accade con le tecnologie della comunicazione e dell’informazione. Nate per mettere gli esseri umani in relazione e facilitare l’accesso alla conoscenza, tendono sempre più a sostituirsi al rapporto diretto con gli altri, con la realtà e con la verità stessa.
Denaro, comunicazione e informazione promettono di soddisfare bisogni fondamentali: il sostentamento, la socialità, la conoscenza. Ma quando il mezzo si trasforma nel fine stesso dell’esistenza, qualcosa si altera. Il denaro non serve più a vivere: si vive per accumularlo. La comunicazione non serve più a favorire l’incontro: la relazione viene sostituita dalla visibilità, che ne è solo la rappresentazione. Il sovraccarico informativo spegne la ricerca della verità.
Eppure riponiamo in quei mezzi la nostra fiducia ultima e ne attendiamo salvezza. La domanda decisiva non è allora se abbiamo una fede, ma quale ne sia l’oggetto, a che cosa affidiamo la nostra esistenza.
Lutero affermava: «ciò a cui il tuo cuore si attacca e si affida è, propriamente, il tuo dio». La tradizione biblica chiama “idoli” quelle realtà che, pur essendo opera umana, finiscono per diventare di fatto il nostro “dio”. Non potendo metterli in discussione, ma soltanto servirli, ci impediscono di vedere la verità su noi stessi e sul mondo. Non sempre è malvagio ciò di cui facciamo un idolo. Diventa tale quando gli consegniamo la nostra esistenza, attendendoci da esso una salvezza che non può offrire.
Il problema del nostro tempo non è il troppo dubitare: è invece il dare per scontato che ciò in cui riponiamo la nostra fiducia ne sia degno. Mentre la verità viene sempre più spesso ritenuta superflua, quasi nessuno osa mettere radicalmente in discussione il denaro e la tecnica. Continuiamo a litigare su opinioni, ma raramente ci interroghiamo sulla verità di ciò che veneriamo. Eppure è lì che si nasconde la domanda cruciale: se il nostro vero Dio è ciò da cui ci aspettiamo la salvezza, da chi o da che cosa la attendiamo davvero?
