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Custodire la terra

La terra, nella visione biblica, non è una merce scambiabile, ma un dono ricevuto per essere custodito

«Nabot rispose ad Acab: “Mi guardi il Signore dal cederti l’eredità dei miei padri!”».

1 Re 21:3

La vicenda della vigna di Nabot è lo specchio fedele di ogni guerra d’aggressione. Da una parte troviamo il re Acab: ha già tutto, ma la sua brama si posa su un piccolo appezzamento di terra adiacente al suo palazzo. Dall’altra c’è Nabot, un uomo che non difende un semplice valore commerciale, ma un’eredità spirituale e familiare. Il rifiuto di Nabot non è un atto di scortesia, ma una fedeltà a Dio: la terra, nella visione biblica, non è una merce scambiabile, ma un dono ricevuto per essere custodito.

Nabot pronuncia un “no” che è un atto di resistenza contro l’arbitrio del potente. Ed è proprio questo “no” a scatenare la furia del potere che non ammette limiti. Quando il potente non accetta che esista un confine al suo desiderio, la terra smette di essere un luogo di vita e diventa un teatro di ingiustizia e morte.

La storia di Acab e Nabot ci insegna che la brama di possesso è insaziabile e cieca. Per ottenere pochi metri di terra, il re accetta che si metta in moto una macchina di menzogna e violenza che porterà all’uccisione di un innocente. È lo schema di ogni conflitto in cui chi ha già molto decide di calpestare il diritto dell’altro per espandersi ancora un po’.

Nelle guerre di ieri e di oggi, la terra viene contesa come se fosse un oggetto senza anima, dimenticando che ogni zolla è intrisa della storia e della dignità di chi la abita. Meditare su questo sopruso significa schierarsi con il diritto dei piccoli contro l’avidità dei grandi. Ci ricorda che Dio non sta con chi annette territori con la forza, ma con chi, come Nabot, difende con mite fermezza la sacralità di ciò che Dio gli ha affidato. La vera regalità non è accumulare terre, ma saper rispettare la libertà e lo spazio dell’altro.

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