La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale
Si parla spesso di «crisi dei valori». Ma che cosa significa?
Non sembra che il nostro tempo sia privo di valori. Si continua a parlare di libertà, uguaglianza, diritti, solidarietà, sicurezza, autonomia, ambiente. Il problema sembra essere che non condividiamo più, almeno in Occidente, quali siano i valori fondamentali e su che cosa si fondi la loro validità. È una differenza importante, perché una società può anche riconoscere una molteplicità di valori, senza più riuscire a ricondurli a un insieme organico.
La filosofia greca distingueva ciò che è desiderabile o preferibile da ciò che è buono. Gli Stoici, per esempio, identificavano il bene con la «virtù» (il vivere secondo ragione); la salute, la ricchezza o la reputazione, pur essendo preferibili alla malattia o alla povertà, erano invece considerate «indifferenti» rispetto al bene propriamente detto. Avevano quindi un valore, senza per questo coincidere con il bene. Valore e bene restavano distinti.
La modernità trasforma il modo di concepire i valori e il rapporto con essi. Sempre meno ci si è chiesti che cosa sia il bene e sempre più quali siano i valori attraverso i quali una società orienta la propria esistenza. Intorno ad alcuni di essi – libertà, autonomia, uguaglianza, progresso, dignità della persona – si è costruito un ordine condiviso, che è divenuto però sempre più fragile.
Nietzsche aveva intuito che i valori non sono dati una volta per tutte e ne aveva indagato genealogicamente l’origine. Scheler, qualche decennio dopo, reagiva alla crisi della modernità insistendo sulla necessità di riconoscere una differenza qualitativa tra valori diversi. Più di recente, autori come Alasdair MacIntyre, sono tornati a riflettere sulla perdita, nella società contemporanea, di un orizzonte comune entro cui pensare il bene e la vita buona.
Queste prospettive s’incontrano almeno in una domanda: che cosa accade quando una società usa il linguaggio dei valori, senza più disporre di criteri condivisi per definire cosa li renda validi? È più che altro questa situazione a venir chiamata «crisi dei valori»: non necessariamente la loro scomparsa, ma il crollo del sistema che li rendeva comprensibili e li teneva in relazione.
Si può riconoscere che la libertà sia un valore, e tuttavia non concordare su ciò che si è disposti a sacrificare per essa. Si può affermare l’uguaglianza, ma non concordare sul giusto criterio per realizzarla. Si può parlare di dignità e, al contempo, continuare a misurare le persone secondo la loro utilità, la loro prestazione, il loro successo, la loro visibilità. Si possono insomma conservare le parole dei valori mentre si perde il quadro che consentiva loro di orientare la vita comune.
Il problema diventa allora più radicale: che cosa ci permette ancora di dire che qualcosa vale davvero? Quando manca una risposta condivisa, i valori rischiano di trasformarsi in preferenze. E se il valore dipende solo dalla preferenza di qualcuno, allora a valere è la forza con cui si riesce a imporre il proprio desiderio, senza che ci si domandi più che cosa sia davvero degno di essere perseguito.
La questione del nostro tempo non è quali valori dobbiamo conservare o quali cambiare. È piuttosto se siamo ancora capaci di riconoscere qualcosa come prezioso, anche quando non ci è utile o non ci aggrada più. Perché una società non vive soltanto di ciò che considera utile o desiderabile. Vive anche di ciò che ritiene degno di essere custodito.
