ArticoliUn pensiero in libertà

Contro la dittatura dell’ovvio

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Viviamo in un tempo che, pur non reprimendo il pensiero, lo rende innocuo. Non è il silenzio a minacciarci, bensì un chiacchiericcio continuo, fatto di parole in apparenza trasparenti, che non oppone resistenza. È la forma più sottile del potere: non s’impone ma s’interiorizza, trasformando l’evidenza in consenso. Così nasce la “tirannia dell’ovvio”, un regime senza coercizione in cui tutto appare già scontato, deciso a monte, accettabile prima ancora che sia compreso – anzi, tanto più solido quanto meno lo si comprende.

Dentro questo orizzonte, anche gli sconvolgimenti più drammatici rischiano di essere assorbiti in una narrazione che li rende inevitabili. Le immagini scorrono, le analisi si moltiplicano, ma raramente si apre uno spazio autentico di interrogazione sul senso di tutto questo. L’ovvio funziona così: non nega il reale, lo anestetizza. Tutto viene spiegato in base unicamente al suo aspetto superficiale, ma sempre meno ne vengono scorti i motivi profondi.

Non siamo solo vittime di questo processo. In parte lo alimentiamo, cercando risposte rapide, affidandoci a categorie rassicuranti. Anche il cristianesimo – ivi inclusa la tradizione protestante – ha soggiaciuto alla tentazione dell’ovvietà: addomesticando il proprio annuncio, trasformando lo scandalo dell’evangelo in conformismo morale, la parola viva in formula ripetuta. La fede smette allora di sorprendere, diventando anch’essa “ovvia”, incapace di portare un messaggio radicalmente nuovo.

Eppure l’evangelo nasce proprio come rottura dell’ovvio: non conferma l’ordine delle cose ma lo mette in crisi alla radice, non legittima la forza e il potere ma li espone al giudizio. In un mondo che arriva a giustificare l’ingiustificabile, esso continua ad annunciare che la realtà non è chiusa, che la storia non è condannata a ripetersi, che la pace non è un’illusione ingenua né un equilibrio politico-morale di facciata, ma una possibilità esigente, efficace al di là dei nostri affanni per attuarla.

Credere, oggi, significa principalmente resistere, restando vigilanti nel pensiero e nello spirito. Sottrarsi alla seduzione dell’ovvio e alla comodità delle spiegazioni immediate, mantenendo aperta la domanda contro la facile evidenza. Anche e soprattutto davanti alla guerra, quando la rassegnazione si traveste da realismo.

La libertà di chi crede non consiste nel possedere risposte definitive, ma nel non lasciarsi rinchiudere in ciò che appare indiscutibile. Custodire uno spazio per l’imprevisto, per una parola altra, per una giustizia che ancora non vediamo: è forse questo il modo più concreto di opporsi alla tirannia dell’ovvio. Perché la fede, quando non si riduce a una serie di frasi scontate, resta un’apertura. E ogni apertura, per quanto fragile, è già una forma di resistenza.

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