Il racconto dell’ultima Assemblea generale
Tra i molti temi affrontati nel corso dell’Assemblea generale della Chiesa di Scozia, uno in particolare ha segnato in modo profondo i lavori di quest’anno: l’adozione di una dichiarazione ufficiale di scuse per il coinvolgimento storico della Chiesa nella schiavitù transatlantica.
Presente come rappresentante della Tavola Valdese, ho potuto osservare da vicino un passaggio che va oltre una semplice presa di posizione: si tratta di un atto ecclesiale che intreccia memoria storica, responsabilità teologica e prospettiva ecumenica. Come ogni anno, l’Assemblea ha riunito non solo i rappresentanti della Chiesa scozzese, ma anche ospiti internazionali ed ecumenici provenienti da diverse confessioni cristiane. In questo contesto, la decisione di affrontare apertamente il tema della chattel slavery – il sistema che riduceva esseri umani a proprietà – ha assunto un significato particolarmente forte.
La dichiarazione approvata non lascia spazio a formule vaghe. La Chiesa di Scozia riconosce in modo esplicito e articolato le proprie responsabilità storiche. Non solo ammette che in passato furono elaborate giustificazioni teologiche della schiavitù e difese morali del sistema, ma riconosce anche un elemento più profondo: aver considerato la schiavitù come qualcosa di “normale”, contribuendo così a mantenerla e legittimarla.
Il testo entra poi nei dettagli concreti. Membri e responsabili della Chiesa possedettero schiavi anche dopo l’abolizione della schiavitù in Scozia; alcuni si opposero o cercarono di ritardare l’emancipazione; molti beneficiarono economicamente del lavoro degli schiavi, direttamente o indirettamente. Le ricchezze così accumulate contribuirono anche alla costruzione di chiese e istituzioni teologiche, alcune delle quali esistono ancora oggi.
Particolarmente forte è il riconoscimento di un’ingiustizia che si prolunga nel tempo: alla fine della schiavitù furono i proprietari a ricevere compensazioni economiche, mentre nulla fu restituito alle persone liberate. E, ancora, la Chiesa ammette di non aver affrontato in modo adeguato le conseguenze durature di quel sistema.
Uno degli aspetti più interessanti (e meno scontati) emersi nel dibattito è la consapevolezza dei limiti di una dichiarazione di scuse. La Chiesa di Scozia riconosce che non spetta a chi formula le scuse stabilire come queste debbano essere accolte. Il processo di riconciliazione non può essere controllato da chi lo avvia. Al contrario, è necessario mettersi in ascolto di chi porta ancora oggi le conseguenze della schiavitù: in particolare le comunità di origine africana e caraibica. Da qui la decisione di istituire un gruppo di lavoro che accompagni i prossimi passi da compiere, in dialogo con le chiese partner e con le comunità direttamente coinvolte. Il principio è chiaro: non “fare per”, ma “camminare con”.
La dichiarazione approvata a Edimburgo è il risultato di un lavoro iniziato da tempo. Già nel 2020 l’Assemblea aveva incaricato un gruppo di studio di indagare i legami tra la Chiesa e la schiavitù, riconoscendo che si trattava di una questione di giustizia razziale, non soltanto storica. Negli anni successivi si è sviluppato un ampio processo di ricerca e consultazione. Sono stati coinvolti membri della Chiesa, in particolare persone di origine africana, e sono stati avviati dialoghi con partner internazionali.
Un passaggio decisivo è stato il pellegrinaggio ecumenico in Giamaica nel 2024, che ha permesso un confronto diretto con le chiese dei territori più segnati dall’eredità della schiavitù. Da questo percorso è emersa con forza la consapevolezza che il problema non riguarda solo il passato, ma continua a influenzare strutture, relazioni e mentalità nel presente.
Il documento sottolinea anche un aspetto teologicamente rilevante: la Chiesa si riconosce come un corpo che attraversa il tempo. Non si tratta quindi di attribuire colpe individuali a persone di oggi, ma di assumere una responsabilità collettiva per una storia di cui si è eredi, nel bene e nel male.
All’Assemblea hanno preso la parola anche rappresentanti delle chiese dell’Africa e dei Caraibi, offrendo una prima risposta alla dichiarazione. Rose Wedderburn, della Chiesa unita in Giamaica e Isole Cayman, ha parlato del coraggio necessario per un tale riconoscimento, sottolineando il valore di un processo fondato sulla verità.
Il reverendo Victor Okoe, dal Ghana, ha accolto positivamente la dichiarazione, ma ha invitato la Chiesa a tradurre le parole in azioni concrete. Ancora più diretto l’intervento di Ekpenyong Akpanika, moderatore della Chiesa presbiteriana della Nigeria: “la vera riconciliazione richiede più delle parole”. Un invito chiaro a costruire relazioni nuove, basate su rispetto, giustizia e responsabilità condivisa.
Per chi partecipa come osservatore internazionale ecumenico, momenti come questo lasciano il segno. Non tanto perché il tema sia nuovo, ma per il modo in cui viene affrontato. Colpisce il passaggio da una logica difensiva a una di assunzione di responsabilità: non prendere le distanze dal passato, ma riconoscersi parte di una storia. È un passaggio che interpella inevitabilmente anche altre Chiese.
Resta però aperta la domanda decisiva: cosa accadrà ora? L’Assemblea ha compiuto un passo importante, ma sarà il seguito – le scelte concrete, le relazioni che si costruiranno – a dare peso e credibilità a quanto è stato detto. La stessa Chiesa di Scozia ha sottolineato che questa dichiarazione non è un punto di arrivo, ma un inizio. Un passo necessario, ma non sufficiente. Per il movimento ecumenico, e per tutte le nostre Chiese, si tratta di una sfida condivisa: fare verità sulla propria storia, ascoltare chi ne porta le ferite, e lasciare che questo cambi davvero il modo di essere Chiesa oggi.




