ArticoliUn pensiero in libertà

Chi è il giusto?

La rubrica “Un pensiero in libertà” del pastore Marco Di Pasquale

Nella Bibbia, in particolare nei Salmi e nella letteratura sapienziale, è più volte menzionata una figura che sembra stagliarsi come una stele granitica tra sfasciumi di rocce: la figura del “giusto”.

Il giusto non è un eroe necessariamente immacolato, privo di errori e senza peccato; è piuttosto una persona che, pur nella propria fragilità umana, sceglie di non piegare la sua coscienza e il suo agire alla convenienza del momento. La sua forza non risiede nellʼassenza di cadute, ma nella propria capacità di riconoscerle tali, di emendarsi anche se ciò vada a favore altrui, di rialzarsi e di restare saldo anche quando intorno tutto crolla, specie sotto il peso della denigrazione sistematica. Osservando oggi i teatri di guerra, dal Medio Oriente allʼUcraina, dove violenza e sopruso paiono diventati la norma, giusto è chi rifiuta di giustificare lʼingiustizia in nome della ragion di stato, della religione o della vittoria a ogni costo.

Nella odierna scena pubblica, “esser nel giusto” è spesso inteso come vittoria nei tribunali o nelle arene mediatiche. Personaggi potenti, leader politici o magnati della tecnologia utilizzano la retorica e la forza economica, piegano il diritto e lʼinformazione per autoassolversi, denigrando lʼavversario o trasformandolo in un nemico da distruggere. Peraltro, in certi regimi autoritari o in alcune democrazie in crisi si tende a leggere il successo come un certificato morale di superiorità: è una “teologia della prosperità” secolarizzata, dove chi vince ha sempre ragione per definizione.

Nella Bibbia, il giusto non cerca il plauso né lʼaccumulo di potere. Spesso subisce insulti, viene marginalizzato, accusato di debolezza o tradimento proprio perché rifiuta di usare gli stessi metodi sleali dei suoi accusatori. Come oggi i difensori dei diritti umani, pur essendo persone coi loro limiti, continuano a denunciare le atrocità e le ingiustizie malgrado le minacce e le campagne diffamatorie contro di loro, il giusto resiste non perché sia perfetto, ma perché ancorato a un criterio di verità e di giustizia che trascende il proprio vantaggio o tornaconto.

La domanda è urgente: si è giusti solo perché si prospera? Perché la propria posizione di forza permette di imporre a tutti certe versioni dei fatti e della verità? La risposta del giusto, comʼè quella dello sventurato Giobbe, resta salda: la giustizia non sta nel grado di forza o di ricchezza possedute, ma nella coerenza responsabile, mantenuta e pretesa anche quando il mondo pare crollarci addosso.

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