L’ultimo Sinodo della Chiesa evangelica valdese del Rio de la Plata
Dal 29 gennaio al 1° febbraio si è tenuto, a Colonia Valdense (Uruguay), il 62° Sinodo della Chiesa evangelica valdese del Rio de la Plata. Ne parliamo con Myriam Sappé, che vive in Uruguay da diversi anni ed è membro dell’équipe Requinto, promotrice del progetto Renacimiento.
In che cosa consiste e come è nato questo progetto?
Il progetto Renacimiento nasce nel 2022 a partire dalla preoccupazione della Mesa Valdense per la gioventù valdese post-pandemia. Riconoscendo le difficoltà dell’attività giovanile nel riprendere piede dopo gli anni di pandemia, era stato deciso di presentare un progetto alla Cevaa di tre anni per dare un nuovo impulso al Movimiento Juvenil. Per la realizzazione del progetto era stata creata un’équipe di lavoro a tempo parziale, che ha iniziato il suo operato nel novembre 2023. I primi mesi furono di analisi della situazione delle chiese, di comunicazione con le sue diverse parti per la pianificazione di obiettivi territoriali. A due anni dall’inizio del progetto vediamo risultati nella maggior parte delle nostre chiese.
In che modo questo progetto ha impattato sulla Chiesa in generale e sulla questione delle diversità di ministeri?
Dall’inizio ci è stato chiaro che il nostro lavoro sarebbe stato di tessere una rete fra le proposte e le organizzazioni già esistenti. Essendo un’équipe di tre persone che lavorava su tutto il territorio rioplatense (Argentina e Uruguay), ed essendo un progetto di tre anni, l’idea è sempre stata quella di rafforzare le comunità a livello intergenerazionale, concentrandoci su adolescenza e gioventù. I risultati si sono cominciati a vedere dal secondo anno, con una maggior partecipazione di adolescenti e giovani alle attività della chiesa, sia a livello nazionale (al campo invernale argentino si sono iscritte quasi cento giovani) sia a livello locale. Al di là dei numeri sentiamo che l’accompagnamento che è stato fatto, insieme alle formazioni virtuali e presenziali, hanno rafforzato i legami esistenti e il dialogo intergenerazionale. I maggiori risultati si sono visti nelle comunità che hanno pianificato in modo chiaro i propri obiettivi, definendo come prioritario il lavoro con la gioventù.
In questi anni stiamo riflettendo molto sulla diversità di ministeri, spinti dalle vocazioni e doni che riconosciamo nelle nostre comunità. Il lavoro di decentralizzazione del ruolo pastorale ci ha spinte a pensare a come riconoscere, a livello organizzativo e regolamentare, questi ministeri. A livello ecumenico si è creata la scuola di ministeri, promossa dalla REET (Rete ecumenica di educazione teologica), a cui si sono iscritte una ventina di persone della Chiesa valdese, ma la riflessione nella nostra Chiesa è cominciata da diversi anni, e sono molte le domande che ci aiutano nel dialogo. Se i ministeri sono legati indissolubilmente alla vocazione della nostra Chiesa, come possiamo fare in modo che siano parte costitutiva della nostra identità e non siano una semplice funzione? Come determinare la differenza tra lavoro retribuito e ministero? A livello organizzativo si sta pensando a un corpo ministeriale e non più pastorale, e a costruire spazi durante l’anno per una riflessione collettiva più approfondita.
Quali prospettive possibili ci sono?
Siamo entrati nell’ultimo anno di lavoro e mancano i fondi per continuare l’operato nelle migliori condizioni. Grazie al riconoscimento che ha avuto il progetto, rilevato in modo chiaro dalla Commissione d’esame di questo Sinodo, si è deciso di cercare di dare continuità all’accompagnamento giovanile, disegnando una politica chiara che renda possibile una struttura duratura. Come équipe finiremo il nostro lavoro nei prossimi mesi, ma speriamo di poter aiutare con la scrittura di questo progetto, insieme al gruppo che ci accompagna, formato dalla Coordinazione delle attività giovanili e da rappresentanti dei diversi presbiteri.
Quali sono stati altri temi importanti di questo Sinodo?
Oltre al lavoro con le adolescenze e gioventù, e alla questione dei diversi ministeri già citati, continua il lavoro per la ristrutturazione della diaconia, con la creazione di una fondazione. Momenti molto belli sono stati il benvenuto al pastore Tony Santana, proveniente dalla Chiesa battista di Cuba, così come la partecipazione dei nostri fratelli e sorelle Qom, un popolo originario del Chaco, che hanno condiviso le loro esperienze di fede.
Abbiamo aperto questo Sinodo con il testo della lettera ai Romani 15,13 “Camminare nella speranza, con allegria e pace nella fede”. In che cosa, secondo te, possiamo fare di più in questo cammino?
Per me è fondamentale il tema della speranza, senza la quale non sarebbe possibile camminare, cominciare a muoversi. In questi tempi in cui la speranza è sempre più flebile è fondamentale l’appello cristiano a camminare insieme nel progetto di Dio, verso una vita di uguaglianza e pienezza per tutte le persone. La difesa dell’allegria come forma di cammino in comunità, la lettura critica della Bibbia e della società attuale, interrogarsi sulle condizioni della pace, sulla sua costruzione perenne sono, a mio parere, le questioni da non perdere di vista. Sempre più è necessario sentire di appartenere a una comunità globale, tessere reti di resistenza che ci permettano di non sentirci soli e sole di fronte alla follia che stiamo vivendo. Ce lo hanno ricordato i fratelli e le sorelle Qom, che stanno attraversando un momento molto difficile con l’attuale governo argentino; ce lo ha ricordato il nostro fratello Dennis Smith, rappresentante della American Waldensian Society negli Stati Uniti, parlando dell’aumento della violenza nel suo paese e del terrore che semina; ce lo ricordano le comunità ucraine, palestinesi, iraniane… Se non camminiamo insieme, non andiamo da nessuna parte. Come ha ripetuto più volte Margarita Cantero, la nostra sorella Qom, ecumenismo è “esserci tutti, stare insieme, la luce di Dio è per tutti, perché insieme camminiamo”.
Adesso che hai vissuto per molti anni il Sinodo rioplatense, che cosa pensi possano i rami delle nostre due chiese imparare l’uno dall’altro?
Ormai da molti anni ho l’opportunità di essere presente nelle due sessioni sinodali della nostra Chiesa valdese, e sentirmi a casa in entrambe. Ciò che ammiro della Chiesa italiana è la capacità organizzativa e politica, che è più difficile a livello rioplatense; il lavoro della diaconia in tutto il territorio, l’animazione giovanile nelle Valli, l’ecumenismo e la multiculturalità di molte delle nostre realtà in Italia, oltre al prendere voce sulle questioni importanti, come è avvenuto nell’ultimo Sinodo con la discussione sulla situazione in Palestina. Senza ombra di dubbio l’Otto per mille aiuta molto nella possibilità di realizzare proposte di qualità, ma c’è anche una capacità organizzativa che è più difficile riscontrare da questa parte dell’oceano.
D’altra parte la fede che ho scoperto in questa parte di Chiesa, attraversata da una storia diversa e dalla teologia della liberazione, è molto più pratica e legata al contesto sociale e politico che da noi. Il basso numero di pastori e pastore, anche dovuto alla decisione recente di alcuni laureati in teologia di non consacrarsi, ha portato la Chiesa a riflessioni e ristrutturazioni che hanno permesso una formazione importante per laici e laiche, oltre a una riflessione teologica collettiva in continua costruzione. Sento che, forse anche per i numeri ridotti e una struttura meno pesante, è una realtà in cui si stanno facendo cambiamenti importanti, iniziati già da diversi anni e che cominciano a essere messi in pratica. Penso, ad esempio, all’istituzione di una segreteria per le comunicazioni, alla segreteria esecutiva per la diaconia, al seminario di teologia collettiva annuale e alla discussione sul riconoscimento dei diversi ministeri.
A livello personale, la poca formalità nell’abbigliamento, il sentirci tutti e tutte alla pari, la musica, il movimento e i momenti spirituali creativi, permettono di sentirsi parte di una comunità viva e allegra nella resistenza e nell’annuncio del Regno di Dio.






