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Ascensione: chi tende a Cristo, vive in attesa di Lui

Intervista a Luca Baschera, ricercatore presso l’Istituto di storia della Riforma svizzera all’Università di Zurigo

L’Ascensione è la festività cristiana che celebra la definitiva ascesa di Gesù al cielo, quaranta giorni dopo la Pasqua. Secondo la tradizione, segna la conclusione della presenza fisica di Cristo sulla terra e l’inizio del tempo della Chiesa.  Ne parliamo con Luca Baschera, ricercatore presso l’Istituto di storia della Riforma svizzera all’Università di Zurigo.

L’Ascensione è la celebrazione di un mistero che rischia di essere sottovalutato. Perché secondo lei?

All’Ascensione si ricorda l’ultimo atto della vita terrena di Gesù. Dopo essere risorto in carne e ossa dai morti e dopo aver visitato i discepoli più volte durante un periodo di quaranta giorni, Gesù ritorna al Padre. Gesù torna al Padre non solo come Figlio di Dio, quindi, ma anche come essere umano. Così racconta il Nuovo Testamento e questa è la fede che la chiesa, senza differenza confessionale di sorta, tradizionalmente proclama. Ma nel concreto mi pare che molti preferiscano non dare troppa attenzione a una ricorrenza piuttosto scomoda per le sue implicazioni, direi, «metafisiche», che non diminuiscono ma addirittura accentuano quelle legate agli altri tre misteri centrali della fede cristiana: la nascita di Dio da una donna in Gesù, il Messia; la sua morte, reale, sulla croce; e la sua risurrezione, egualmente reale e fisica, dai morti. Poi, forse, vi è anche un altro motivo per la «sottovalutazione» dell’Ascensione: di solito si fa festa quando una persona cara torna e non quando parte. Perché celebrare, allora, il momento in cui inizia di fatto l’assenza, almeno sul piano della fisicità e visibilità, di Gesù Cristo?

Quale tipo di presenza ci viene garantita dall’invisibilità di Gesù?

Nella vita di fede non ci sono mai garanzie, ma promesse in cui si ha fiducia e che generano quindi speranza. Gesù stesso promette ai suoi discepoli di ogni tempo la propria presenza, nonostante egli sia dal momento della sua Ascensione fisicamente e dunque visibilmente assente. Come si legge nell’Evangelo secondo Giovanni, è lo Spirito colui nel e per mezzo del quale Gesù rimane con i suoi e i suoi rimangono in Lui. Gesù Cristo è Dio stesso incarnato in un essere umano e in quanto tale e nella sua fisicità è ora lontano da noi. Con la Sua presenza, lo Spirito agisce come un «altro Consolatore» (Giovanni 14:16) – potremmo dire: come un sostituto di Gesù Cristo. Ma questo sostituto è, da una parte, in nulla inferiore a colui che egli sostituisce: entrambi sono Dio stesso. E tuttavia si tratta pur sempre di un sostituto, cioè di qualcuno che con la sua presenza ci rammenta anche l’assenza di colui che ci ha lasciati. Così facendo, lo Spirito ravviva però anche la fiamma dell’attesa per il ritorno – fisico e definitivo – di Gesù. «Speranza», in fondo, non è che un altro nome per questa fiamma.

Nella religione, a volte, abbiamo più l’aria di chi possiede, che lo sguardo curioso di chi attende. Come si impara ad aspettare Dio?

Attesa e attenzione sono imparentate. Nel monastero di Vatopedi, sul Monte Athos, si trova un affresco raffigurante il «discepolo che Gesù amava». La rappresentazione si ispira a Giovanni 13:23 («a tavola, inclinato sul petto di Gesù, stava uno dei discepoli, quello che Gesù amava»). Nell’originale greco, la parola tradotta dalla Nuova Riveduta con «petto» è la stessa che si trova in Giovanni 1:18, tradotta là con «seno»: «L’unigenito Dio, che è nel seno del Padre, è quello che l’ha fatto conoscere». In entrambi i casi – e in questi due luoghi soltanto, si badi, nell’intero Evangelo secondo Giovanni – si trova il termine greco kólpos. Il discepolo si rapporta a Gesù come Gesù si rapporta al Padre e così, attraverso il Figlio, il discepolo è anch’egli unito al Padre. Che cosa fa, però, il discepolo nell’affresco di Vatopedi? Egli compie tre movimenti: con la testa si appoggia al petto di Gesù, tenendo la mano destra sul proprio petto; allo stesso tempo, tende la mano sinistra quasi a ricevere un rotolo (un «volume»), che Gesù tiene egualmente nella propria mano sinistra; e infine con gli occhi si volge dal basso verso l’alto, verso il volto di Gesù che, per parte sua, guarda di fronte a sé. Questi tre movimenti corrispondono alle tre dimensioni dell’«essere in Cristo» di cui parla Paolo (2 Corinzi 5:17): il darsi a Cristo (amore), il ricevere Cristo (fede), il tendere a Cristo (speranza). Questi tre movimenti e dimensioni possono, poi, essere posti in relazione con i quattro riti fondamentali della vita cristiana: il battesimo (darsi a Cristo – amore), l’ascolto della Parola e la partecipazione alla Cena (ricevere Cristo – fede), la preghiera (tendere a Cristo – speranza). Ma a che servono Parola, Cena e preghiera? A mantenere vivo e a rafforzare il legame con Cristo che è stato sigillato nel battesimo. Chi è attento a Cristo, tende a Cristo. E chi tende a Cristo, vive anche in attesa di Lui.

Nella sua ascesa al cielo Gesù risorto affida ai suoi discepoli il compito di essere testimoni della misericordia da lui vissuta e insegnata. Siamo ancora all’altezza di questo compito?

Uno dei molti paradossi del cristianesimo consiste nel fatto che Gesù affida fin dal principio la missione di testimonianza a persone molto labili, timorose, con scarsa capacità di attenzione e tendenti all’oblio. Nell’Evangelo secondo Matteo, «tutti i discepoli» si uniscono baldanzosi alle coraggiose dichiarazioni d’intento di Pietro: «Quand’anche dovessi morire con te, non ti rinnegherò» (Matteo 26:35). Poco dopo Gesù viene arrestato e l’Evangelista annota laconicamente: «Allora tutti i discepoli l’abbandonarono e fuggirono» (Matteo 26:56). Nessuno è, di per sé, all’altezza della vocazione di Gesù, nessuno è «sufficiente» ad essa (2 Corinzi 2:16). Chiunque abbia udita e oda quella vocazione, rimane un «vaso di terra» che, come tale, nulla può da sé, ma rimane in ogni istante del suo ministero dipendente dallo Spirito che Gesù ha promesso. È richiesta, dunque, un’attenzione e un’attesa continue a e di quello Spirito. Come pregava un pastore evangelico tedesco, Karl Bernhard Ritter: «Signore, non siamo né degni né capaci di proclamare la gloria del tuo nome o di testimoniare della tua salvezza. Tuttavia, tu ci hai chiamati a operare finché dura il giorno. Dacci dunque del tuo Santo Spirito, affinché – nella sua potenza e attraverso ogni servizio da noi prestato – prepariamo la via alla tua verità».

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