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di Gabriele Bertin

Come ci viene narrato dal libro degli Atti, la Pentecoste è dono di un soffio vitale che viene dallo Spirito, la terza persona della trinità, eppure quella di cui le Scritture ci raccontano meno. Al contrario, abbondano aggettivi e parole che descrivono il Dio che si fa conoscere dalle prime parole di Genesi e successivamente nella persona di Gesù Cristo.

Sicuramente lo Spirito non si può fermare, chiudere o ridurre a un luogo o a un momento, poiché crea un’esperienza, tocca quello che già c’è trasformandolo. Nel racconto custodito dal libro degli Atti, in cui la comunità orfana di Gesù è chiusa in casa che prega, l’evento e l’avvento dello Spirito portano fuori, rompono le barriere e i confini che fanno credere di proteggere ma in realtà isolano donando, così, una capacità comunicativa mai sperimentata: capirsi nella lingua altrui. Uscire da uno spazio chiuso è anche uscire dal proprio modo di concepire una realtà a propria immagine e somiglianza, ristretta in una limitata chiave culturale.

Ma una volta che si è fuori, non si può più rientrare: è il tempo della nascita della chiesa, di allargare lo spazio della propria tenda, andando oltre i confini, lasciando sempre lo spiraglio aperto, affinché quel vento del sud, nord, ovest o est, possa soffiare e scombinare quelle cose che sembrano così immobili e immutabili. Lo Spirito è presenza che riesce a trasformare le lacrime della tristezza in gioia per una promessa mantenuta.

Che cosa ci lascia oggi la Pentecoste, in questo tempo di venti che soffiano, portando echi di guerre vicine e lontane, che parlano di estremismi che sembrano aver così facilmente dimenticato la storia di ieri? In questo tempo di irrigidimento dei confini, fisici e mentali, ideologici e, forse, anche teologici, cosa ci può portare il vento della Pentecoste?

Esso ci porta il verbo “ricominciare”: lo Spirito rimette in moto quella comunità di discepoli e discepole chiuse nelle porte della paura; esso rende viva di doni abbondanti la comunità di fede e dona libertà e liberazione davanti alle chiusure soffocanti e violente. Quello Spirito ci restituisce la speranza, come genere umano, di poter costruire insieme qualcosa di nuovo, riaccende la fiducia, la apre verso quel futuro al quale ci chiede di guardare. Al soffio basta poco, riesce a infilarsi anche nelle crepe e nelle fratture più sottili, e da lì, può ricominciare la sua opera di trasformazione con e in noi.

La Pentecoste è la festa della comunità, delle comunità, della pluralità di lingue e di sguardi; è il tempo della presenza del Dio che non si lascia afferrare, ma che si fa vivere. A noi di affidarci a quel movimento che non si lascia intrappolare, ma che ci chiama a vivere la pienezza e la bellezza della vita, fino al tempo di una nuova attesa.

Foto By Roland Zumbuehl - Own work, CC BY-SA 4.0, Link