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  • II Corinzi 3, 17

    di Paolo Ribet

    «Dov’è lo Spirito del Signore, lì c’è libertà».
    Più ci penso e più me ne convinco: la ricorrenza del XVII Febbraio non può esse considerata semplicemente la “festa dei Valdesi” o degli Evangelici italiani. Certo, il 17 Febbraio del 1848 il re Carlo Alberto ha firmato le Lettere Patenti con cui venivano concessi i diritti civili ai Valdesi (e, qualche tempo dopo, anche agli Ebrei). Ma il valore di quell’atto va al di là delle sole vicende valdesi e riguarda l’Italia intera. Infatti, quando un popolo impone ad una sua componente minoritaria dei limiti, delle restrizioni alla libertà e chiude i cancelli dei ghetti (di qualunque tipo essi siano: fisici, morali o legali), chiude di fatto se stesso in una gabbia fatta di paure, di preconcetti, di oscurantismi e di violenza.

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  • Isaia 55, 11

    di Paolo Ribet

    «La mia parola non torna a me a vuoto»
    Nella storia della prima evangelizzazione, subito dopo il 1848, c’è un fatto che mi è sempre rimasto impresso: i Valdesi seppero intraprendere l’opera di predicazione dell’Evangelo non solo con un’energia fino ad allora insospettabile, ma anche con profonda chiarezza teologica. Infatti, il Sinodo del 1855 votò un ordine del giorno che può portare ancora oggi un insegnamento profondo. In esso si affermava: «Il Sinodo, desiderando prevenire ogni malinteso sul carattere dell’opera di evangelizzazione fatta dalla Chiesa valdese, dichiara all’unanimità: il solo scopo della Chiesa valdese nell’annuncio del Vangelo fuori dal suo ambito è di obbedire all’ordine del Signore: “Predicate il Vangelo a ogni creatura” e di condurre le anime alla conoscenza e all’obbedienza di Gesù Cristo. Di conseguenza essa non ha alcuna pretesa d’imporre loro una forma ecclesiastica». 

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  • Salmo 8, 3-4

    di Paolo Ribet

    «Quand'io considero i tuoi cieli, opera delle tue dita, la luna e le stelle che tu hai disposte, che cos'è l'uomo perché tu lo ricordi? Il figlio dell'uomo perché te ne prenda cura?»
    «L’uomo non è che una canna, la più fragile di tutta la natura; ma è una canna pensante. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo: un vapore, una goccia d’acqua è sufficiente per ucciderlo. Ma quando l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre più nobile di ciò che lo uccide, dal momento che egli sa di morire, e il vantaggio che l’universo ha su di lui; l’universo invece non sa nulla». Queste parole di Blaise Pascal, contenute nei suoi «Pensieri», danno il senso della potenza e della meraviglia che sgorgano dal Salmo 8.

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  • Giovanni 7, 37-38

    di Stefano D'Amore

    «Nell'ultimo giorno, il giorno più solenne della festa, Gesù stando in piedi esclamò: “Se qualcuno ha sete, venga a me e beva. Chi crede in me, come ha detto la Scrittura, fiumi d'acqua viva sgorgheranno dal suo seno.”»
    Da chi sgorgano effettivamente questi fiumi d’acqua? Da Gesù o dai credenti? Di fronte a questa immagine, istintivamente ci immedesimiamo negli assetati ma, secondo le parole di Gesù, siamo anche i “rubinetti” di quell’acqua viva. La fonte a cui andare per essere dissetati è Cristo ma il fiume sgorga da chi crede: il credente non è passivo, non si affida solo con fiducia per bere nell’incontro con Dio, ma viene trasformato da quella bevuta. Trasformato, possiamo dirlo senza irriverenza, in un “idrante” che non può fermarsi e che offre acqua in abbondanza a chi incontra.

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  • Giovanni 2, 3

    di Stefano D'Amore

    «Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: “Non hanno più vino”»
    Gesù inaugura il suo ministero seduto ad un banchetto, intento a far ripartire una festa che è a rischio. Il messaggio è serio: festeggiare non è secondario. Dio è festa. La festa è una manifestazione della grazia, dell’abbondanza, della generosità, ovvero tutto l’opposto dell’accumulazione, del controllo, della limitazione. La gioia che viene dallo stare insieme e dal rallegrarsi per una buona notizia è ciò che si deve provare quando ci si avvicina a Dio, quando ci riuniamo nel Suo nome.

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